sabato 20 maggio 2017

Gli eroi son tutti giovani e belli (In morte di Chris Cornell)




Ogni volta che muore un personaggio famoso, in questa epoca di social, connessioni e condivisioni, si scatenano puntuali come la rata del mutuo e le vocali a caso nelle canzoni di Vasco, le solite polemiche.

Chi dice che chi è dispiaciuto lo fa per darsi un tono
Chi dice che quelli che non conoscono a menadito l'opera omnia del defunto NON HANNO DIRITTO di essere dispiaciuti
Chi dice che chi si dispiace è un mollaccione
Chi dice che chi non si dispiace è un cinico

Il suicidio di Chris Cornell non ha ovviamente fatto eccezione.

La morte di un musicista, almeno a me, colpisce sempre in modo particolare.

Oggi non voglio parlare di Cornell o dei Soundgarden, per quanto io mentre la cosiddetta "scena di Seattle" esplodeva (ed implodeva) fossi un ventenne che cercava buona musica ovunque, ma senza gli strumenti attuali per trovarla.

Oltre a tutte le diatribe polemiche di cui sopra, c'è un altro discorso che puntualmente viene fuori e cioè quello che "con tutti quelli che muoiono di fame, perchè dovrei essere dispiaciuto per un musicista?". 
Benaltrismo in salsa rock, insomma, ma con una punta innegabile di verità.

Perchè ci colpisce così la morte di una rockstar, che sia Cornell, o Bowie, o Leonard Cohen o uno dei tantissimi scomparsi negli ultimi 16\20 mesi?

Ho saputo della morte di Cornell giovedì, leggendo un messaggio su whatsapp dopo aver finito una riunione in ufficio dove cercavamo di redistribuire le poche risorse a disposizione per aiutare nuclei familiari in grave, a volte gravissima difficoltà.

Eppure, quella notizia mi ha colpito enormemente.

Perchè, ci dicevamo poche ore dopo con un amico, davanti a fatti del genere ci sentiamo più coinvolti che davanti a situazioni drammatiche come la Siria?

Io ho la fortuna di fare un lavoro per cui le priorità della vita e la gravità delle cose se dovessero sfuggirmi mi sarebbero presto ripresentate davanti con drammatica chiarezza.

Penso però che non sia giusto paragonare le reazioni di fronte alla scomparsa di un personaggio pubblico e davanti a cronache tragiche da zone di guerra.

Penso soprattutto che mettere sullo stesso piano le due cose sia sciocco ed una profonda mancanza di rispetto principalmente verso i meno "famosi".

Ma penso anche che due notizie così diverse colpiscano l'immaginario di una persona in modo assolutamente dissimile.

Il cantante, il musicista, l'artista, soprattutto e nella misura in cui sia importante per noi, coinvolge una parte del nostro pensiero, delle nostre fantasie, scatena un processo emulativo - identificativo per via del quale la sua scomparsa ci scatena reazioni (forse in modo artificiale, ma comunque) simili al lutto.

Gli eroi son tutti giovani e belli, cantava Guccini.

Ed in quanto giovani, belli e soprattutto eroi, non hanno il diritto di morire.

Discorso che se applicato al grunge trova drammatiche smentite, se si pensa alle overdose che ci hanno portato via Andy Wood e dopo di lui Layne Stanley, oltre chiaramente al colpo di fucile che facendo saltare il cervello di Kurt Cobain ha spento nel modo peggiore possibile "la moda" della prima metà degli anni 90.

Ma il fan, anzi il Fan, quello duro e puro, di chiunque si stia parlando, non accetta la fine. Anche in contesti dove la musica è cupa, dura, dolorosa, noi appassionati troviamo sempre nelle note, nei suoni ed ovviamente nelle parole dei nostri idoli consolazione, comprensione, condivisione, catarsi.

L'urlo di dolore dei Nirvana prima di quel fottuto aprile 94 ha tenuto in vita ragazzi che come Cobain pensavano fosse meglio bruciare in fretta piuttosto che spegnersi lentamente. La sua morte li ha fatti sentire più soli, deboli, incompresi.

Nell'infinito elenco di morti celebri, i musicisti hanno sempre lasciato vuoti enormi dentro l'anima di chi li amava, perché dentro a quelle canzoni, molti trovavano una ragione di vita se non addirittura la vita stessa.

Esiste però un solo strumento a nostra disposizione, per proteggerci da certi dolori.

La loro musica.

Perchè alla fine, quello che ci fa innamorare di loro, è la loro arte.

E la loro arte, se è degna di una A maiuscola, resta. Sempre.

Nel giugno 2011 morì Clarence Clemons, il Big Man della E Street Band.

Lo venni a sapere grazie ad un sms della mia amica Lorenza, che mi scrisse solo "Oh cazzo".

Era un sabato mattina.

Fino al lunedì successivo ebbi quasi paura di avvicinarmi allo scaffale dei cd, poi decisi che dovevo.

Presi Born to Run, misi le cuffie e feci partire Jungleland.

C'era ancora!!!!

Il solo, IL solo di sax, era lì, per me, come ogni volta in cui ne avevo sentito bisogno. Una piccola parte di me forse temeva il contrario, ma fu grande il sollievo nel capire che il Big Man sarebbe rimasto con me, dentro quei solchi.

Anche l'occhio però vuole la sua parte ed io ci misi un anno a realizzare che se n'era andato davvero, quando vidi Springsteen a San Siro e quella scena che nella mia immaginazione era perfetta (lui e Big Man uno accanto all'altro) venne sostituita dalla figura di quel cane in chiesa di Jake.
Che botta, cazzo, che botta. VATTENE!!! LEVATI!!!! Urlai come un invasato, rabbioso e scandalizzato. Ridatemi, pensavo con quell'egoismo che solo un fan ha anche se non lo ammette, che mi si stesse facendo un torto, lo si stesse facendo proprio A ME!

L'amore per un musicista ha un canale principale, se non unico, di espressione: loro suonano - io ascolto; e nell'ascolto io trovo ancora l'artista che amo, le sue parole che mi parlano (e parlano ad ognuno di noi, personalmente, vero che è così no?), le canzoni, gli insegnamenti, i consigli, tutto quello che una insana passione mi permette di trovare dentro sette note e brani di qualche minuto.

La scomparsa improvvisa e violentissima di Chris Cornell mi ha colpito, davvero.

Credo però che il bene fatto ai suoi Fans dalla sua musica resti, perchè in quelle canzoni si potranno ancora trovare tutte quelle cose che abbiamo trovato fino a mercoledì scorso.


Le parole che dici non sembrano
mai essere all’altezza
di quelle dentro la tua testa
Le vite che facciamo
Non sembrano mai portarci da nessuna parte
se non morti








martedì 9 maggio 2017

Scusa, Ameri & I Diari della Varicella IN VENDITA!



Ragazzi, si chiude.

In attesa di capire se riuscirò ad andare a Sori dove Valeria ci prova in tutti i modi ma contro il maltempo (e la sfiga) ragion non vale, qui ci si appresta a chiudere bottega.

Scusa, Ameri e I Diari della Varicella sono stati due traguardi che non avrei mai pensato di raggiungere ed è una sensazione bellissima esserci riuscito ed è questo che voglio portare con me.
Matisklo ha chiuso e la cosa non mi ha fatto certo piacere, ma Francesco e cesare saranno per me sempre "quelli grazie ai quali" ho coronato non un sogno, ma un sogno due volte.

Ora però è ora di guardare oltre, quindi vi dico che ho qui una trentina scarsa di copie di Scusa, Ameri ed una ventina di Diari della Varicella.

Il primo costa 10, il secondo 7, se li volete entrambi facciamo 15. 
Se li volete con spedizione, vediamo assieme i costi.

Richieste via mail: albertocalandriello72@gmail.com

Non ci saranno altre ristampe, anche la miglior minestra, se riscaldata, dopo un po' non è più buona, quindi se volete prenotatemeli ora, così chiudo questa bellissima parentesi.

Grazie a chi ha sopportato e supportato questa mia "incursione" nel meraviglioso mondo della letteratura, chissà che non capiti una nuova occasione.

domenica 7 maggio 2017

Dieci anni di Perchè Bardino è Bardino



Sabato 6 maggio si è svolta al Mulino degli Artisti la serata conclusiva della decima (DECIMA!!) edizione del Festival "Perchè Bardino è Bardino", organizzata dall'associazione culturale che porta il nome del Locale.

Chi mi conosce sa che di questa associazione io sono stato presidente per un anno.

Vado sempre volentieri a questo festival, perché da spazio a gruppi emergenti, spesso nati da poco e che magari non hanno ancora grosse possibilità di esibirsi altrove.

La mia idea di musica e di cultura passa anche, se non soprattutto, da posti e da idee come queste.
Passa dal dare e dal creare spazi, dal portare musica ed idee nuove in posti che non li ospitano spesso.

Il Mulino è perfetto per questo discorso, situato in un posto tranquillo, inserito in un contesto che si presterebbe facilmente a collaborazioni e sinergie, aperto ad ogni tipo di proposta, con un locale che si adatta facilmente a diversi tipi di serate.

Ieri sera c'era il pienone, perchè le serate del festival sono sempre attese e perchè la formula del voto del pubblico è ovviamente vincente se si sposa alla formula "venite a sentirmi e votate per me".

Quattro i gruppi che si sono esibiti.

Aprono le danze i Progetto Santiago, amici di vecchia data, miei e del Mulino; l'inserimento in gruppo di un secondo chitarrista è una bella mossa, Ezio si occupa della ritmica e dei cori, mentre Fabio ricama dei bei soli e aumenta lo spessore dei brani. Stefano e Pietro sono sempre una solida garanzia, mentre Saro tiene sempre il palco con maestria. Tra le cose che me li rendono cari, le tematiche dei brani sono quelle che più apprezzo, sempre attente al sociale ed alle minoranze. 

A seguire la bellissima sorpresa della serata, i Missing Ink, giovani, anche giovanissimi (Nicola il batterista lo conosco da quando a 12 anni suonò sempre a Bardino con un altro gruppo, i Brain Less, vincendo anche quella volta) propongono un hard rock melodico e parecchio ispirato, almeno nei pezzi proposti al filone Lacuna Coil / Evanescence. Due nomi non casuali, perchè al canto c'è Gloria, bellissima non solo nella voce, con un qualcosa di Laura Pausini, ma dopo un weekend intenso in compagnia di Zakk Wylde. La giovane età, le fa perdonare alcuni atteggiamenti un po' troppo da "recita della scuola", perché invece ha il carisma e la presenza per stare sul palco in modo magnetico; non è un genere che mi faccia impazzire, ma questa formula funziona se la voce femminile lascia una bella impronta ed è sicuramente il caso dei Missing Ink. Non da meno ovviamente gli altri musicisti, nonostante la scelta che non apprezzo particolarmente di vestirsi uguali (fa molto orchestra spettacolo ed a mio avviso sminuisce il loro valore). 
Come capita spesso, molti loro coetanei li seguono e questo si rivela decisivo nell'esito della votazione. 

Premio della critica per i cari 4-sixtyfive, eleganti e grintosi, che sembrano aver ben assorbito l'uscita dal gruppo di Massimo e nella formazione a 4 propongono alcuni cavalli di battaglia in modo perfetto; Sara alla voce è davvero un valore aggiunto ed ho notato con piacere come anche lei si trovi sempre meglio sul palco, sciolta e serena, facendo risaltare ancora di più il suo timbro vocale.

Chiude la serata il trio heavy Youthanasia, una bomba che esplode per 20 minuti nel Mulino, lasciando gli spettatori "pettinati" dalla ferocia e dal grande impatto. Riferimenti ben chiari, lezioni fondamentali mandate a memoria, i 3 mangiano a colazione Iron Maiden, Black Sabbath ed i primi cattivissimi Metallica e li digeriscono in una formula che investe l'ascoltatore ma lo conquista facilmente. Igor al basso ed alla voce traccia la linea da seguire, Luca alla chitarra sa bene come si suona questo genere, ma è Andrea dietro i tamburi che trascina la band. Metallaro doc, capello lungo d'ordinanza ed una precisione con le bacchette che lascia senza fiato. Un metronomo cattivo ed indemoniato, a mio avviso il miglior musicista salito sul palco ieri sera.

Serata molto bella ed affollata, a dimostrazione delle potenzialità della proposta e del luogo stesso.

Il mio desiderio ed augurio è che i ragazzi del Mulino trovino la possibilità di non lasciare quel portone verde chiuso fino all'undicesima edizione del festival, sarebbe uno spreco che in tempi musicalmente così poveri non possiamo permetterci.


venerdì 5 maggio 2017

5 maggio 2002 - 15 anni fa



QUINDICI ANNI FA
il 5 maggio 2002 me lo ricordo, me lo ricordo bene.
partii di buon mattino, destinazione voghera, per un pranzo con quelli che allora consideravo amici; anzi fratelli, parola che all'epoca usavamo senza lesinarci sopra, del resto Lui ci aveva scritto una canzone, noi eravamo suoi fans pazi molto pazi, QUINDI eravamo fratelli (almeno due delle persone presenti al pranzo adesso non mi ritengono nemmeno degno di un contatto su facebook ma vabè)
Ero ben contento di andarmi a chiudere in un ristorante, tra amici, musica e parole, perchè ad albenga ci sarebbe stata la festa lungamente attesa per lo scudetto dell'inter, vinto proprio davanti alla juve.
che fosse una giornata strana lo capii svalicando a masone, dove il 5 maggio trovai una nevicata che courmayeur levati guarda, che sembri una steppa
fatto sta che ad inizio partite eravamo ancora lì, tra un dolce ed un digestivo; però niente, fu più forte di me, manco prendeva il cellulare in quel posto, così telefonai a casa, per sapere se STAVANO TUTTI BENE
ahahahahahahah a 30 anni si telefona a casa alle 3 di pomeriggio se ti hanno sequestrato e devi chiedere il riscatto o se ti hanno arrestato.
Mio padre nemmeno rispose alla domanda, mi disse solo "vincono 2 a 1".
Ok, la juve era avanti ed il secondo posto era garantito, facciamocene una ragione
Poi un bambino della tavolata volle accendere la radio
Poi come andò a finire quella giornata di campionato lo sapete eh.
ma visto che io sto ansioso, a tipo 30 secondi dal termine mica stavo esultando eh, anzi, l'armando clacsonava felice ed io mi strizzavo i coglioni, altroche.
al triplice fischio finale ad udine MA SOPRATTUTTO A ROMA tirai un urlo che il bambino se lo ricorda ancora adesso, povero.
Alla sera concerto di graziano romani in un locale chiamato THUNDER ROAD che voglio dire, ci siamo capiti
arrivai a casa alle 4 ed il mattino dopo mi svegliai alle 7
entrai in cucina senza la minima coscienza di me stesso, figurarsi di una qualsivoglia coordinata spazio temporale, trovai mia nonna, l'Amabile, interista feroce, seduta al tavolo, la cattiveria del suo sguardo mi ricordò che cosa era successo il giorno prima, ma prima ancora di riuscire ad emettere un seppur gutturale suono di saluto e sfottò, lei mi accolse come ogni nonna accoglie un nipote:
MALEDETTI BASTARDI

giovedì 4 maggio 2017

Post di gattini ed anniversari, con foto di gattini



Tre anni fa, una domenica sera, il prode Francesco suonò a casa nostra e si nascose.

Aprirono le sorelle catarro e si trovarono davanti un trasportino, al cui interno, terrorizzato, stava un gattino di nemmeno due mesi.





Non capirono subito che quel cucciolo era arrivato per stare da noi, ma appena lo realizzarono se ne innamorarono perdutamente.

Il piccolino restò nel trasportino tutta la sera, mentre le catarros cercavano di capire come comportarsi. Se ci avvicinavamo, soffiava, non lo ha mai più fatto, ma quella sera se provavi ad accarezzarlo ti soffiava arrabbiato ed impaurito.
Se ne andarono a dormire mentre io e lui guardavamo la pallavolo.

Alle 2 di notte Simona scese per controllare come stava e non lo trovò, stette sveglia 1 ora per poi trovarlo sotto il divano.

Nemmeno la prima notte che Ludovica tornò a casa appena nata avevamo fatto sta vita.

L'indomani, alle 9 mi chiamò: 
NON LO TROVO.
Cazzo dici, sarà sotto il divano
NON LO TROVO, SARÀ SCAPPATO
mmmmmmmmmmmmmmmmmmhhhhhhhhhhhhhhh

anda e rianda, dopo 2 ore lo trovò, incastrato sotto il bidè, roba che se nasceva inglese non succedeva un cazzo.
Smontò il bidè.

Appena tornai a casa dall'ufficio, dalla gioia di vedermi, il piccolo pisciò copiosamente sul divano.
Copiosamente.



Piano piano ha preso confidenza, la mamma è il capo, la segue ovunque vada, luvi è la coccolona, da lei arriva sempre una carezza, la virgi è la matta, da lei si fa fare LA QUALUNQUE e mentre se la fa fare mi guarda, sconsolato.



Io sono il tiragraffi, gli ho dato sto vizio e sono cazzi miei, quando giochiamo lui si diverte a mordermi ed a tenermi fermo con le unghie. Sulle braccia ho dei segni che avrei speso un capitale se avessi voluto farmeli con dei tatuaggi. 
O con la droga.

Quel cucciolo è da noi da tre anni, è cresciuto e soprattutto ha i suoi bei vizi.

Ho calcolato che NON solo dorme molto più di me, ma addirittura, visto che quando mia moglie esce e quando lo lasciamo solo in casa gli accendiamo lo stereo, ASCOLTA MOLTA MA MOLTA PIÙ MUSICA DI ME.

Dorme, mangia, caga e piscia quando vuole.

Vabbè, non ciula, ma non è che devi proprio avere tutto tutto nella vita no?
Auguri Ciro Tevez TRENTAQUATTRO Sul Campo Inter Merda, poteva andarti meglio eh, ma magari anche peggio.



lunedì 24 aprile 2017

Dalle Chiese alle Prigioni - il Cala racconta Born to Run





Domenica 23 Aprile si è conclusa la mia esperienza su BRG Radio, la webradio finalese sulla quale ho condotto Championship Vinyl e Come Don Chisciotte.

Come puntata conclusiva ho trasmesso per intero Born to Run di Bruce Springsteen, con un commento canzone per canzone scritto da me, che riporto qui.

Mentre il vestito di mary svolazza,  lascio che la mia mente si perda nei meandri del Capolavoro di bruce springsteen.


Se da sempre ho considerato Born to run il mio disco preferito di Bruce
se da sempre ho vissuto i 4 minuti e 50 di thunder road con i brividi
se da sempre ho ascoltato jungleland con lo stesso approccio con cui si guarda un film stasera qualcosa di diverso getta nuova luce sulle 8 canzoni che compongono questo meraviglioso disco.

Come ho detto, jungleland, pezzo conclusivo di born to run, è da tutti considerato un piccolo film in musica, un'opera d'arte che trascende il significato a volte limitante di “canzone”. 

Nei suoi 9 minuti jungleland racconta un'epopea, esalta un mondo notturno e sotterraneo che alla luce del sole spesso non appare.
Ma stasera, mentre le varie traccie si susseguono nell'autoradio, questo discorso si allarga e coinvolge TUTTO l'album.

Born to run è un film, di quelli con protagonisti giovani, belli, maledetti e spesso perdenti.
È il racconto di una generazione di provincia, che brucia brillante e luminosa, ma in modo tragicamente breve.

E come tutti i film, ha un copione.

L'inizio è per thunder road, canzone che come lo stesso bruce ha detto “apre delle porte” e simboleggia qualcosa che ha inizio, dalla veranda di mary, infestata di fantasmi e assassini a breve distanza, il protagonista chiede alla sua lei di seguirlo, in quella che probabilmente sa essere la loro ultima corsa, la loro “one last chance”.

Thunder road, in questo film è la dichiarazione di intenti: i protagonisti se ne vanno e se ne vanno per vincere.

Tenth avenue freeze out da la dimensione geografica del nostro film. E come sempre il fatto che bruce dia indicazioni precise da questo punto di vista, aiuta per assurdo chi sta lontano dal new jersey a sentirsi parte attiva del racconto. Bruce è scooter? Non si sa, ma sto scooter deve essere un bel tipo, anche se la canzone lo vede frustrato dalla solitudine e dal fatto che la sua strada è fuori gioco. 
Di certo, se scooter è il fidanzato di mary, ancora deve andare via dalla città dei perdenti ed ha intenzione di farlo alla grande, facendola scoppiare in due insieme al suo fidato big man (bust this city in half!).



Night invece ci da la dimensione temporale, perché born to run è un album notturno, che parla di gente che vive di notte, perché di giorno, semplicemente, sopravvive. E night racconta questo, racconta di sopravvivenza al lavoro, col capo che ti manda al diavolo, mentre tu comunque aspetti solo la fine del giorno, perché è la notte che ti fa sentire vivo, la mitragliata di batteria iniziale serve al protagonista per svegliarsi “at the sound of the bell” e resistere fino a sera.

In backstreets invece il protagonista si scontra con un altro aspetto del mondo; se night parla di lavoro e sfruttamento, backstreets parla di rapporti umani, terry è un'amica, forse qualcosa di più, fatto sta che per lui è un punto di approdo sicuro, un rifugio, sono reciprocamente rifugio dell'altro, camminano e restano in piedi grazie all'appoggio che si danno vicendevolmente. Ma nella città dei perdenti o forse nel mondo intero (il protagonista deve ancora scoprirlo) le cose non vanno come sperava e si consuma il tradimento, uno dei peccati più gravi secondo bruce, si consuma la disillusione e lo scontro con la realtà. 

After all this time we find we're just like all the rest. 



Born to run, la canzone, ci dice però che il tradimento non ha ancora ucciso i sogni, per quanto nelle primissime battute compaia sinistramente due volte il termine suicidio. Born to run ci dice che il protagonista ha capito che deve correre, correre via, anche se ancora non sa dove sta andando e quando ci arriverà; la gente corre forse anche perché non può fare altro, oltre a lasciarsi irretire dai “suicide rap”, meglio allora le suicide machines dove sputare fuori un sogno americano che da quelle parti forse è ancora una chimera troppo alta, per cui bisogna andare e farsi guidare dalla propria anima pazza.

In she's the one invece il sentimento lascia il posto alla carne. Perché questa canzone è una scopata, mi si perdoni la volgarità. Una gran bella scopata, con chi si fa desiderare e ti irretisce, ma alla fine ti soddisfa come nessun'altra. La mary col vestito che svolazza qui è più donna, più carne e meno amore platonico, è una donna da conquistare perché quando il viaggio si fa duro e non è certa la meta, l'uomo si aggrappa alle pulsioni, per restare vivo.



Arriviamo a Meeting across the river, cinematograficamente parlando, questa è già parte di jungleland, perché anticipa cosa sta per succedere. L'uomo e la donna delle canzoni precedenti sono qui, lei è stanca e stufa, lui sa che in giro si dice che sia la sua “last chance” (richiamo a thunder road, chiusura del cerchio, resa dei conti).

La tromba lascia che il racconto si faccia sospeso, quasi abbozzato, ma si capisce che se l'uomo ed il socio troveranno un passaggio al di là del tunnel, stasera ci sarà il botto. 

Il lincoln tunnel, limite fin troppo reale tra la provincia del new jersey e le luci di NY, simboleggia l'ultimo guado. Passiamolo, non sbagliamo nulla, non ridere cretino, stasera dobbiamo essere dei fighi, we got style.

Chi parla è magic rat, il protagonista di jungleland.

Eccoci alla scena finale, le carte sono tutte sul tavolo, abbiamo visto chi, cosa, quando, abbiamo conosciuto i protagonisti e le loro vicende.

Ora si entra in scena per l'ultima volta.

E la prima parte di Jungleland fa un riassunto di tutto il disco.

Ci sono tutti i protagonisti, magic rat che tira a lucido la sua macchina del cazzo, una lasciva ragazza scalza, l'autorità, i rangers.
Tutto è calmo, silenzioso, perché tutti sanno che sta per succedere qualcosa.

E quando tutti han preso i loro posti, la musica cambia repentinamente, esplode.
As we take our stand. 

DOWN IN JUNGLELAND!

E qui inizia un film nel film, anzi un'opera, come dice bruce, “un'opera sull'autostrada”, simbolo di costante movimento.
La musica, il rock, è usato come metafora per la danza mortale che si svolge ogni notte, che vede come protagonisti attori che alla luce del giorno diventano al massimo secondari e che sanno che stanotte è la loro ultima messa in scena.
Ci sono coltelli e amplificatori, gente affamata e perseguitata.
Tutto è compiuto, debiti estinti, contatti presi e dissolti.
Tutti, tutti giocano le loro ultimissime carte

EXPLODE INTO ROCK'N'ROLL BAND.

E poi c'è IL solo.

Il solo di sax che, scusate il gioco di parole, da solo, trasporta il pubblico verso le scene conclusive, verso i titoli di coda.
Quello che succede lo possiamo solo intuire dalle strazianti note di big man, che da sole raccontano che c'è sangue e morte nell'aria.
Infatti alla fine del sax la musica si placa, le note si dilatano, malinconiche, la classica quiete dopo la tempesta.
Gente che balla tristemente, “amanti con la tristezza nel cuore si dimenano negli angoli bui disperati, mentre la notte avanza solo uno sguardo e un sospiro, e sono spariti”.

Torniamo a mary e al suo spasimante, ferito, morente, colpito “dal suo stesso sogno”. Hanno corso, sono andati via dalla città dei perdenti, magic rat muore, l'ambulanza se lo porta via, ma resta il dubbio se non abbia, in fondo vinto lui.

E poi c'è la chiosa, bruce abbandona questo mondo popolato di eroi romantici, perché si accorge che non c'è spazio nel mondo reale per i poeti.
Per loro c'è solo la possibilità di fare un'onesta figura, signori, si chiude, l'opera è finita, da oggi in poi ci sarà il mondo con le sue cattiverie a riempire l'universo musicale di mister springsteen.

Ed il disco successivo, infatti, inizierà con badlands, bassifondi, luci spente e problemi in centro.



lunedì 17 aprile 2017

Championship Vinyl 33 - A Rolling Thunder and a Hurricane



Domenica 16 aprile è andata in onda la trentatreesima puntata di Championship Vinyl, il mio programma dedicato al rock and roll in onda su BRG Radio 

Puntata dedicata alla Rolling Thunder Revue, il tour del 1975 che Bob Dylan intraprese insieme a molti amici musicisti ed alla canzone Hurricane, dedicata alla incredibile storia di Rubin Carter, promettente pugile del New Jersey condannato all'ergastolo per un triplice omicidio mai commesso.

Ecco i brani andati in onda

  • Tonight I'll Be Staying Here With you
  • It Ain't Me, Babe
  • A Hard Rain's A-Gonna Fall
  • Blowin' In The Wind
  • I Shall Be Released
  • Tangled Up In Blue
  • It Takes A Lot To Laugh, It Takes a train to cry
  • Hurricane


Se avete l'audio del pc attivo, è quella che state ascoltando ora e che parte in automatico, oppure, se ciò non accade, potete trovarla qui: