martedì 14 novembre 2017

L'Eredità e la Coerenza. Premio Pierangelo Bertoli.



Non aspettatevi da me una cronaca imparziale ed obbiettiva sulla serata finale del 5° Premio Pierangelo Bertoli a cui abbiamo partecipato sabato scorso.

Non posso essere obiettivo parlando della famiglia Bertoli.

Non posso essere obiettivo parlando dei figli di Pierangelo Bertoli, visto che con il maggiore di loro sono legato da una bella amicizia da qualche anno.

Non posso essere obiettivo perchè con l'altro figlio maschio, Alberto pure lui, che fa il musicista ho condiviso alcuni momenti molto intensi, a partire dalla sua canzone "E così, sei con me".

Questa canzone non è un pezzo che parla della scomparsa del celebre cantautore Pierangelo Bertoli, no. Questa canzone parla di un padre che se ne va e lascia al figlio che canta una ricchezza di esempi, consigli, coerenza tale che è impossibile pensarlo lontano.

Un pezzo che non conoscevo fino al momento in cui gliela sentii cantare a Su La Testa, pochi giorni prima del decimo anniversario della scomparsa di mio padre.

Una tranvata dritta tra stomaco e cuore, seguita a ruota da una versione splendida di A Muso Duro, a completare una rapida ma chiara dimostrazione di come il sangue non sia acqua, mai.

Questa canzone mi diede il coraggio di scrivergli e di ringraziarlo per quello che mi aveva fatto provare, dando il là ad un rapporto basato sul rock e sulla condivisione di questa mancanza.

Lo scorso anno, sempre a Su La Testa, Alberto venne a trovarci e al Teatro Ambra suonò una versione acustica di questa canzone, dedicandomela. L'abbraccio al termine della sua breve esibizione lo porto tra i ricordi più cari.

E da questa eredità, di coerenza e verità, nascerà libertà


Chiusa questa parentesi doverosa, per evitare che qualcuno legga queste righe come fossero una recensione, aggiungerei anche che siamo stati ospiti della famiglia Bertoli sabato, con una accoglienza deliziosa e che abbiamo assistito allo spettacolo con nella borsa di mia moglie una teglia di lasagne (che ci siamo spazzolati il giorno successivo a cena) di una bontà indescrivibile a parole, consegnateci dalla Chef dell'evento in persona, l'amica Lorna, persona tanto bella quanto brava ai fornelli.

Ma, alla fine, a Modena ci siamo andati per la serata musicale, quindi, descritto il "contorno" ecco alcune impressioni.

Il premio è arrivato alla quinta edizione ed inizia ad avere una certa eco a livello nazionale, eco a mio avviso in chiaro aumento dopo sabato scorso.

L'eredità artistica ed umana di Bertoli trova in questo premio una simbolo ed uno strumento perfetti, perchè unisce il riconoscimento a musicisti affermati che hanno dimostrato di sostenere gli stessi valori da sempre presenti nelle canzoni di Bertoli alla valorizzazione dei giovani cantautori, che nel percorso importante di Bertoli possono trovare direzione e soprattutto spunti da trasformare in musica.

I premiati di quest'anno erano nomi importanti, davvero.

Simone Cristicchi è un altro a cui forse dovrei scrivere perchè sabato mentre cantava Ti regalerò una rosa, forse ascoltandola come mai in passato, ho rivisto diverse mie esperienze lavorative, di cui scrissi anche nella mia tesi di laurea.
Un pop delicato ma tagliente, anche nel secondo brano L'ultimo valzer, durissimo nel raccontare il dramma e la dignità di tanti anziani.

Anche gli Zen Circus si sono ovviamente esibiti in acustico, ma non hanno risparmiato in energia ed essendo la prima volta che li vedevo dal vivo, mi hanno stupito per il modo in cui tengono il palco.

Non era pensabile che un premio dedicato a cotanto nome trascurasse i Tazenda, cosa che infatti non è avvenuta.
Due brani tratti da duetti celebri e poi la magia del ricreare QUEL duetto, con Alberto che sostituisce ottimamente il padre in Spunta la luna dal monte (la sua voce assomiglia molto a quella di Pierangelo, ma mai come in questa canzone, dove sembra davvero di sentire lui).

a volte sciogliendosi in pianto



Ospite principale, inutile negarlo era comunque Francesco Guccini, accolto da una standing ovation di tutto il teatro. 

Nella nebbia modenese finito lo show, io e mia moglie quasi contemporaneamente abbiamo espresso il desiderio di non volerlo più vedere, di ricordarcelo nei diversi concerti a cui abbiamo assistito e in questa ultima occasione; il motivo è la pessima sensazione provata vedendolo entrare sul palco sorretto da Alberto, quasi camminando a fatica. 
Per fortuna è stato un attimo, poi il calore del teatro lo ha scaldato e in effetti si è dimostrato brillante come suo solito, però insomma, la sua scelta dell'esilio credo trovi radici in questi piccoli momenti di difficoltà. 
L'uomo c'è eccome, la lingua è sempre pronta, gli aneddoti riempirebbero serate intere, ma tolto l'evidente piacere di essere a Modena e di parlare di persone care come Bonvi e lo stesso Bertoli, appare chiaro che sia stanco della vita pubblica.
Ad introdurlo, un momento musicale che potremmo definire "Bertoli canta Guccini" che voglio dire, mica roba da niente eh, con Alberto in gran spolvero in un medley che da Canzone per un'Amica ha scatenato l'entusiasmo del pubblico fino a Dio è morto.



Ma il Premio Bertoli è anche o forse soprattutto questo concorso nazionale per giovani cantautori. 
In questo aspetto della manifestazione germoglia più chiaramente il senso stesso del Premio, quel voler proseguire un discorso di qualità e coerenza che deve essere una coordinata fondamentale nella carriera di un musicista che voglia dire qualcosa di importante.

Eredità e coerenza quindi, espressi in modo lampante sul palco del bellissimo Teatro Storchi.

La cosa che più ho apprezzato è stata la scelta di far accompagnare i concorrenti dalla band che per anni suonò con Bertoli.
Un'idea vincente, che caratterizza questa manifestazione e ne è un vero fiore all'occhiello.

Perchè il discorso non è solo "oh che figata, suono con quelli che suonavano con un musicista famoso", NO, affatto, il senso è di voler letteralmente accompagnare questi ragazzi nel mondo della musica, mettendo a disposizione gli stessi musicisti che Bertoli usava per raccontare le sue storie. Una dimostrazione pratica e tangibile di condivisione, termine ricorrente quando si parla del cantautore di Sassuolo.

Vince un ragazzo di Taranto emigrato a Torino, che dal quartiere dove vive ha preso il nome, Salvario; un brano che è una sorta di collage di nomi e frasi tipiche della musica italiana più recente, spunto interessante che nel suo disco (che mi sono andato ad ascoltare il giorno seguente) si rafforza, grazie ad una buona scrittura.

Mi è piaciuto molto anche un altro ragazzo, Alessandro Zanolini, che ha cantato un suo brano forse troppo cupo, ma che mi ha impressionato nella versione di Chiama Piano, una gran voce davvero.

Non faccio altri nomi per non fare torto a nessuno, il concorso prevedeva otto finalisti che cantavano un proprio pezzo e quattro di loro, accedendo alla fase finale, si sarebbero esibiti in un pezzo di Bertoli.

Eredità e coerenza, appunto.

Lo show è stato gestito benissimo e nonostante sia durato ben tre ore abbondanti non ha mai avuto momenti di stanca, grazie ad un presentatore esperto e vivace ed alla direzione artistica impeccabile di Riccardo Benini e dello stesso Alberto 

Una serata meravigliosa, dove, come nella canzone di suo figlio, a me così cara, non si poteva non pensare che Pierangelo Bertoli fosse con noi.

Non so com'è, però vi invito a berlo



venerdì 3 novembre 2017

L'introduzione a The River nel Live 75/85


Nei giorni scorsi è tornata spesso nei discorsi questa versione di The River, tratta dal Live 75/85; una versione che comprende una lunga introduzione, molto lunga ed altrettanto personale.

The River, a mio avviso, è l'album in cui non solo Bruce, neo trentenne, ma anche i personaggi delle sue canzoni raggiungono la maturità e si scontrano con quello che possiamo superficialmente definire il mondo degli adulti.

Le corse per trovare un senso a sè stessi e le ferite dei due album precedenti qui sublimano in una presa di coscienza di ciò che ci accade attorno.

Il Grande Romanzo Americano ha in questo strabordante doppio disco uno dei capitoli più affascinanti.

La title track poi è essa stessa un romanzo, la storia del protagonista, di mary, gravidanze inattese, lavori mal sopportati, separazioni, ricordi di gioventù.

Ma, attenzione, QUESTA versione di The River è oltre, è altro.

La storia che Bruce racconta nei 4 minuti prima del brano, si fonde assieme al brano stesso e diventa un simbolo fortissimo del concetto di famiglia, di affetto paterno, di piccola comunità.

Un nucleo di cui poco si era parlato nei dischi precedenti, se non per le difficoltà di relazione.

Il ragazzo insofferente che porta i capelli lunghi in spregio alle regole imposte dai genitori cerca di allontanarsi da casa e piuttosto che rientrarci passa le fredde notti invernali in una cabina telefonica dove con pochi spiccioli può parlare tutta la notte con la sua ragazza.

Dal silenzio con cui affronta il padre alle tonnellate di parole con la sua amata, è chiara la poca voglia del giovane Springsteen di stare dentro le mura casalinghe.

Però la storia ci dice altro, ci dice di come Bruce non riesca affatto a trovare un modo per esprimere cosa vuol fare di sè stesso e noi questo lo abbiamo letto e riletto e soprattutto ascoltato in diversi brani, la fatica nell'accettarsi e nel costruirsi una identità precisa, esclusivamente in compagnia della sua chitarra.

Ma l'apice arriva dopo, quando lo sbruffone che offende il padre dicendo di odiarlo si ritrova, proprio come i protagonisti di The River, catapultato in una storia più grande, esercito, uniformi, non è solo l'augurio del padre, fosse solo per togliersi da casa quello scansafatiche, ma è anche vietnam, guerra, amici che non tornano a casa o ci tornano rovinati per sempre.

Bruce scappa, in un gesto talmente antieroico da colpirci per la sua enorme umanità. 

Scappa, per 3 giorni e si ritrova sul pullman che porta alla visita medica insieme ad altri amici spaventati; questa immagine vale più di ogni campagna retorica di arruolamento patriottico, WE WERE SO SCARED, è tutto qui, eravamo così spaventati; una cosa così sincera che l'esito negativo della visita viene accolto da applausi di festa, quasi, col cuore in gola per il racconto, che il pubblico temesse che le cose potessero andare diversamente; lo stesso Bruce si accorge di questo e con estrema serietà capisce che non è giusto trasformare quel racconto così intimo in un discorso antimilitarista e dice che non c'è nulla da applaudire.

L'ultimo momento del racconto è clamoroso.

Vediamo la scena, con poche note di organo e chitarra sotto, Bruce in pochissime parole racconta una scena in modo assolutamente cinematografico, vediamo i suoi genitori in cucina, lui che arriva zaino in spalla, entra e c'è quello scambio di battute che da solo racconta un mondo, quello appunto della famiglia, dei rapporti padre e figlio.

Dove sei stato?
A fare la visita militare
Come è andata?
Non mi hanno preso
Bene.

Bene, quel THAT'S GOOD di  Douglas da solo spiega le difficoltà di comunicazione tra lui ed il figlio, ma anche che l'amore di un padre va oltre qualunque cosa, qualunque desiderio, qualunque tensione.

Meno male, per anni ti ho ripetuto che non vedevo l'ora che l'esercito facesse di te un uomo, ma alla fine, di fronte a quello che sta succedendo oggi, nel 1968, MENO MALE che resti qui con noi, è il padre che parla, è l'amore del padre per il figlio, nonostante quel figlio faccia di tutto per farsi mandare via.

La stessa paura di bruce sul pullman, l'ha provata suo padre nel sapere della visita 

THAT'S GOOD

Ci sono un paio di secondi di silenzio, dove la gente realizza, dove noi realizziamo quello a cui abbiamo appena assistito, fosse solo in camera nostra con le cuffie, di notte, a migliaia di km da dove queste parole sono collocate.

Un paio di secondi nel quale comprendiamo anche che questo fiume, di cui sta per iniziare a cantare, è comunque una parte indelebile dell'anima del suo autore; un fiume che scorre lentamente, ma inesorabilmente, un fiume dentro il quale l'uomo deve per forza bagnarsi.

E poi arriva quell'armonica che ti squarcia l'anima ed inizia il Grande Romanzo Americano.

Sono nato in fondo alla valle dove da ragazzo - signore - 
t'insegnano a non far altro che ciò che ha fatto tuo padre.


giovedì 2 novembre 2017

Pro e contro di Spotify, secondo me





contro

fondamentalmente anche se so di raggiungere vette inesplorate di ipocrisia dicendo questo, a me fa molto strano il discorso che con 10 euro hai tutta la musica che vuoi (tutta, cazzo, tutta!).

Io ricordo da ragazzino, le 20mila lire mensili da dedicare all'acquisto di UN disco. UNO.

E dovevi sceglierlo bene, pensarci a fondo, e spesso dovevi decidere da solo, che in provincia le riviste specializzate non arrivavano sempre.
Avevi un colpo solo e doveva andare a segno, per forza.
Perchè non ne avresti avuto altri fino al mese successivo.

E quando lo sceglievi, tra l'altro tra una gamma di titoli ridotta perchè in provincia i negozi erano quello che erano, beh dovevi sfruttarle fino in fondo, le tue 20mila lire.

Quel disco, per giorni, settimane intere diventava l'ascolto principale, spesso l'unico.
Quel disco, 50\60 minuti, diventava il tuo mondo, una, tre, 5 volte al giorno.

E questo, aveva, tra le altre cose, l'effetto di farti entrare quel disco dentro, in profondità, le parole, il tono della voce, quelli più tecnici anche la qualità del suono e la bravura dei musicisti, tutto questo ti restava addosso, con la foga e l'intensità di chi in qualche modo doveva quasi giustificare a sé stesso i soldi spesi.

Chi ha passato quella fase, chi l'ha vissuta, specialmente da ragazzino, sono sicuro che quei dischi li sa ancora a memoria, tutti, da cima a fondo.

A me è capitato con due album di musicisti che adesso non ascolto più e che anzi, evito come la peste:
Blue's di Zucchero e Liberi Liberi di Vasco.
Li ho riascoltati tempo fa e sapevo ogni singola parola di ogni singola strofa di ogni singola canzone.

il cofanetto live di springsteen del 1986? pfffffffffff roba da matti guardate.

Qualche giorno fa su Facebook qualcuno ha citato la versione di The River contenuta su quel live ed io non solo mi ricordo le parole che introducevano il brano (di cui poi trovai la traduzione in italiano in un libro di MARIO CAPANNA), mi ricordo i momenti in cui il pubblico applaude, in cui si sente qualche urlo, o quando cala il silenzio dopo che bruce dice che non c'è motivo di applaudire se lui venne scartato dall'esercito.

Tutto questo per dire che, anche per via di un discorso economico, ma più in generale per una questione di scarsità di materia prima, quello che avevamo a disposizione lo facevamo rendere al 2000%.

Oggi mi accorgo che non faccio più così, primo perchè economicamente posso magari prendermi più di un album al mese, ma soprattutto, facciamo cadere sto velo ipocrita, perchè il percorso che dal registratore a doppia cassetta ha portato ai siti da cui scaricare l'inimmaginabile io l'ho fatto tutto e vi assicuro senza risparmiarmi.

E mi sono accorto che ho reagito come un bambino lasciato da solo in un negozio di caramelle, mi sono fiondato sulla qualunque, ricavandone magari non una indigestione, ma un accumulo seriale di dischi, artisti, gruppi a cui ho dedicato, nemmeno sempre, un unico ascolto.

E questo ha cambiato il mio approccio alla musica, purtroppo, perchè da avere una cartuccia al mese ho iniziato a poterne sparare quante ne volevo, e pure gratis. In questo modo ho svalutato sia il disco in sé, che la mia attenzione al disco stesso.

Direte, beh fatti tuoi.

Certo, però, guardandomi un po' intorno, credo che questa perdita di attenzione verso la musica, sia molto diffusa ed a lungo andare abbia avuto pesanti ripercussioni proprio sulla qualità della musica nuova.

Scendendo l'attenzione, scemando la passione con cui si leggevano i testi, si studiavano gli accordi, si approfondivano gli argomenti, è scesa anche la voglia dei musicisti di creare prodotti di qualità, è diminuito l'impegno, è scemata anche l'idea che dentro un disco uno potesse giocarsi (e salvare) la propria vita.

Chi crede più al fatto che si impari di più da un disco di 3 minuti che dalla scuola? (Con tutto che la scuola è in crisi eh)

In tutto questo discorso, Spotify magari non è la causa, ma è l'effetto più devastante.

Perchè quel mondo così misterioso, fatto di scoperte mensili, studi, ricerche, riviste, amici che avevano fratelli\sorelle più grandi che vivevano in posti lontanissimi tipo MILANO e portavano album nuovi, tutto questo, tutti i gruppi di ascolto perchè compravamo un disco in 5 e ce lo passavamo, tutto ciò oggi dista solo NOVENOVANTANOVE AL MESE!!!

MA SEI SCEMO????

Me lo dico da solo eh, tranquilli, lo so che l'idea di poter accedere a tutta la musica che si vuole, legalmente, al costo di quel benedetto album mensile sembra un paradiso e sotto certi aspetti forse lo è.

Però.

Però nella mia testa c'è qualcosa che non torna, specialmente, soprattutto, dal punto di vista degli autori.

Se la mia musica, mia di me, cantante esordiente che magari ho delle cose interessanti da dire e anche un bel modo di dirle, viene offerta insieme a TUTTA LA MUSICA DELL'UNIVERSO a 10 euro, che valore viene dato ai miei sforzi?

Se ormai viene legittimato il concetto che la musica è gratis o quasi, chi me lo fa fare di giocarmi dentro 7\8 canzoni? Chi ci crederà più al fatto che il suo prossimo disco gli cambierà la vita? 

Tutto questo porterà ad un costante abbassamento della qualità della musica, perchè chi si sbatterà per fare cose valide quando comunque non avrebbe nessun ritorno?

Poi, che è lunga.

Comodo, rapido, esaustivo, certo, ma cazzo, la soddisfazione di trovare QUELL'ALBUM dopo anni, ce la ricordiamo? L'avete mai provata? L'odore dei mercatini, dei negozietti polverosi, il male alle dita per l troppo movimento a far scorrere i vinili, ce li ricordiamo? Li avete mai provati?

A me sto concetto che la musica sia gratis disturba un po', anche se pensando ai soldi che ci ho speso e a quello che avrei potuto fare spendendoli diversamente mi scappa da ridere, però il concetto mi disturba, lo trovo, se estremizzato ed istituzionalizzato, sbagliato.

I pro.

Belin, su Spotify c'è tutto, davvero.

Il che mi fa pensare che se ormai ci sono tutti, su spotify, perchè mi devo fare degli scrupoli io?

Durante nemmeno metà del mese di prova ho spulciato ogni nome, ogni genere di quelli che ascolto, il blues anni 30\40, il punk, il garage-rock, gli esordienti, i gruppi anni 60 da una botta e via.

C'è tutto, cazzo. 

Segui artista ---> artisti simili ---> segui artista ---> artisti simili ---> segui artista ---> artisti simili ---> segui artista ho una libreria personale sul mio account che quel cesso a pedali del mio pc ci mette una vita a caricarmela

E ho aumentato di brutto gli ascolti, davvero.

Dice, la qualità del suono.

Giustissimo, sacrosanto.

però io a casa ascolto quasi sempre mp3 (e vinili) quindi audio dal pc certo, ma collegato all'impianto stereo, questo perchè non sono esperto di audiofilia, non ho i soldi per avere un bell'impianto (uso ancora quello che mi regalarono i miei a 16 anni) e, soprattutto, anni di ascolto in cuffia mi hanno regalato un bell'abbassamento dell'udito tipo che quando la gente mi parla io faccio fatica a capire, quindi di che alta fedeltà parliamo?

con l'abbonamento poi anche il discorso dell'ascoltare musica in giro, che ora risolvo grazie all'ipod (120 giga perchè sono bulimico anche in questo) ed al lettore mp3 nuovo che ascolta anche i flac, non sarebbe un problema

perfino la fase "ascolto in macchina" con spotify viene migliorata, perchè comunque in auto ascolto quasi sempre cd, però (e questo vale per ogni occasione), mi capita di aver voglia di un certo brano all'improvviso e non posso avere 200 cd a disposizione quindi ecco la comoda soluzione.

alla fine, degli artisti che davvero amo, mi mette male immaginare di non comprare più il cd e\o il vinile, ma alla fine quelli di cui sento il bisogno dell'oggetto concreto si conteranno sulle dita di una mano, massimo due.

Concludendo, se è vero che ritengo spotify molto dannoso, per i motivi suesposti, altrettanto penso di poter essere immune a tali contaminazioni, avendo ormai sviluppato per la musica una ossessione totale.

Vedremo.

domenica 24 settembre 2017

Ciò che vi imbarazza è la natura del mio gioco. (I Rolling Stones a Lucca)




Piove mentre ci incolonniamo verso l'autostrada.

Una pioggia leggera, che non sembra infastidire la gente che lentamente va verso il parcheggio.
Ha aspettato la fine, la pioggia, per non aumentare i disagi dovuti al posto infelice dove hanno suonato i Rolling Stones, ma forse anche per non disturbare la lezione che lungo le mura di Lucca ha tenuto tutti con il fiato sospeso e gli occhi sgranati.

Ho iniziato ad ascoltare musica in maniera appassionata a cavallo tra gli anni 80, da cui comunque sono uscito vivo, ed i 90.
All'epoca, gli stones erano il vecchiume della musica, finiti, andati, si diceva.

Ieri sera, 25\30 anni dopo, erano ancora, come un miracolo, sul palco, davanti ad una folla imponente.

Cosa si può dire di questo ennesimo "tour che potrebbe essere l'ultimo"?

Io li ho visti sabato per la prima volta e più per scelta mia che per esigenze loro, credo sarà anche l'ultima.
Però sabato non appena il palco e gli schermi hanno lasciato intravedere tra il fumo ed il rosso diabolico la faccia di Mick Jagger, mi è arrivata addosso, investendomi per le due ore dello show, una vagonata di carisma e storia.

Non sono più quelli di una volta.
Cazzo, ma sei un genio!

Eppure, detto della comparsa di jagger, se possibile il primo SBRAAAAAAAAAAAAAAANG della chitarra di richards mi manda ai pazzi ancora peggio.

Keith Richards, anno di grazia 1943, lo stesso di jagger, mario monti e la buonanima di mio papà.

La migliore fottuta rock and roll band del mondo, nunc et semper, in secula seculorum e via andare di messa cantata.

Due ore secche, un annunciato ed inevitabile greatest hits, che voglio dire, MA MENOMALE!! Ormai lo hanno capito da mò che alla gente di pezzi nuovi degli stones frega nulla, a meno che non siano cover di blues più vecchie di loro.

Lasciate che mi presenti, sono un uomo ricco e pieno di fascino.

Inizia così mick jagger, parlando di quel diavolo con cui è evidente loro abbiano molto più che qualcosa in comune.

Camicie sgargianti, croci, teschi e pailletes, gli stones sono La Storia e la raccontano, dall'alto dei loro settanta e pass'anni.

Vederli dal vivo è davvero come assistere ad un miracolo, per quanto si capisca che ci sia lo zampino oltre che di Nostro Signore, anche del suo acerrimo rivale.

Jagger canta e si dimena nel suo modo sgraziato, scoordinato ed isterico per tutto il tempo; la cosa incredibile è che più va avanti lo show, più lui si scatena e vi giuro che ad un certo punto, verso il finale, sono sicuro di avergli visto la faccia con molte meno rughe che ad inizio concerto.

Ronnie Wood è il sopravvissuto. Ce lo ha scritto in volto, la paura di essere mortale, la malattia, l'essere andato oltre anche stavolta, tra tutti è quello che sprizza più entusiasmo, quasi giovanile, nel suo essere sul palco.

Charlie Watts è in camicia bianca; voglio dire, cazzo puoi aggiungere altro? tranquillo, con la sua smorfia british di noia e sarcasmo, tiene su la baracca senza scomporsi, come da 60 anni circa.

Keith Richards è Satana
Lo vedi, un teschio con su appese delle rughe, a tanto si è ridotto il suo volto ormai, senti la sua chitarra che viene sempre sparata a volumi altissimi, a coprire tutto il resto, perchè QUEL suono deve rimbombare ovunque. E quella espressione, perennemente appiccicata, di sfida, quel ghigno a dire "sono ancora qui stronzi, cosa dicevate 20(30)(40)(50) anni fa?"

Li vedi, quegli sguardi di intesa tra loro, quasi a dire il loro stupore umano nel trovarsi ANCORA su un palco.

Fanno fatica, si capisce, i finali sono molto spesso buttati lì con poca precisione, diversi pezzi sono rallentati e soprattutto richards si tiene aggrappato al ritmo non senza sbavature.

Ogni pezzo vive un momento in cui, complice forse l'acustica, ci si chiede se ce la faranno ad arrivare in fondo.

Ma oggi, nel 2017, almeno io, vado a vedere gli stones per trovarmi davanti 50 anni abbondanti di Leggenda della Musica e loro, con gli inevitabili acciacchi, ancora oggi mi fanno capire come hanno fatto a scrivere paginate di epica rock.

Ed il loro riproporsi uguali a loro stessi da anni, decenni ormai, è da un lato un grosso VAFFANCULO a chi li dava per finiti quando ancora il cadavere di Brian Jones galleggiava in piscina, dall'altro il volersi affrancare da quell'idea iconica che li vede in bacheca da altrettanto tempo, a prendere polvere.

Un modo per giocare con il loro stesso mito, opposto a quello di Dylan, che quel mito lo camuffa e reinventa ogni sera.

Da un punto di vista strettamente musicale però non posso dimenticare che i due pezzi da Blue and Lonesome mi abbiano spaccato l'anima e Midnight Rambler sia ancora oggi eseguita in un modo da mangiarsi 3\4 dei loro cosiddetti figli illegittimi: una cavalcata frenetica di chitarre ed armonica, con l'hammond di Chuck Leavell a tenerli ancorati a terra.

Poi, oh, io mica sono musicista, però, voglio dire, una cosa è suonare la chitarra, un'altra è ESSERE KEITH RICHARDS.

Ogni loro ruga, ogni callo nelle mani, racconta la Storia ed essere lì a vederli ed ascoltarli, per chi questa Storia la ama, vuol dire essere testimone di un qualcosa che potremo anzi dovremo raccontare.

Volevo esserci, almeno una volta, sotto quel palco (oddio, sotto... nella stessa zona, più o meno), per l'amore che provo verso il rock e per la voglia di respirare quell'aria.

Nel 1990, come dicevo prima, gli stones erano, nuovamente, in declino; suonarono a torino, al delle alpi, due serate. La seconda vendette poco più di 5000 biglietti e venne se non ricordo male annullata.

Quell'estate io scelsi, pochi giorni prima, di andare nello stesso stadio, a vedere madonna; le mie coordinate musicali non erano ancora ben definite, andai insieme ad amici, a casa di una amica e all'epoca le occasioni per star fuori di casa le dovevi prendere al volo, senza tanti sofismi.

Sabato a lucca ho capito una volta di più che, nonostante proprio loro dicano che sia SOLO rock and roll, questa storia che cerco di conoscere in maniera quasi morbosa, questi suoni che mi accompagnano da anni, siano molto, ma molto di più.

Per diversi motivi questa estate, tra gli U2 all'olimpico e gli stones nel fossato di lucca, ho capito che per me la stagione dei concertoni oni oni da 10\20\60 mila persone si è chiusa; troppa la fatica che faccio ad arrivare al momento del concerto, troppi i soldi che servono per parteciparvi, troppo poca la mia tolleranza verso code, calca, parcheggi lontani.

Mica male, come conclusione.


martedì 19 settembre 2017

You're the best thing about me - il nuovo singolo degli u2



la nuova canzone degli u2 non è brutta.
la nuova canzone degli u2 è oltre il bello ed il brutto.

non è brutta davvero, sono altri i pezzi brutti, c'è il basso in evidenza, finalmente la batteria, edge si sente, la voce di bono sentita a roma mi ha rincuorato.

la nuova canzone degli u2 è stanca, stanca come loro, un compitino, spento, insipido.

se blackout richiamava a gran voce i fasti di achtung baby e almeno per questo ogni tanto graffiava, anche solo per quegli stop and go in ogni strofa, questa davvero è sconfortante.

telefonatissima, strofa - ritornello - bridge, noiosa, prevedibile

assomiglia davvero ad un singolo dei coldplay, proprio loro che per anni, in primis chris martin sul palco, li hanno scimmiottati anche volgarmente, ora sembrano essere dei punti riferimento

che amarezza, anche per chi come me è serenamente consapevole che the unforgettable fire, ma anche zooropa, non torneranno più.

io accetto i dischi brutti, ci mancherebbe
sono quelli fatti tanto per fare che mi offendono, offendono il mio essere loro fan

è comprensibile che il fuoco indimenticabile non arda più, ma non c'è traccia del benchè minimo calore qui.

è una triste ala che scende sulla fascia e nemmeno viene marcata dai difensori avversari, che già sanno dove crosserà il pallone.
di livio a fine carriera, fuori forma.

dopo 40 anni di matrimonio non è lecito aspettarsi che una coppia faccia l'amore con l'ardore della prima notte di nozze, ma in 40 anni si è sviluppata una complicità tale per cui anche se meno scoppiettante, il sesso resta bello

ecco, you're the best thing about me è un missionario (nel senso di kamasutra, non nel senso di religioso) fatto con lei che guarda il soffitto pensando alla lista della spesa, mentre lui cerca di ricordarsi se l'indomani deve cambiarsi la biancheria o non è ancora il giorno giusto.

martedì 12 settembre 2017

Bacia la palla del Cala




12 settembre 1997, primo mattino.
Parto per genova, destinazione ospedale militare.

All'epoca svolgevo servizio civile presso una casa di riposo di loano, ma quel giorno dovevo sottopormi ad una visita.
Da tempo soffrivo di ernia inguinale, anche se la diagnosi definitiva era relativamente recente, varicocele, idrocele, palla gonfia, insomma diverse ipotesi, fino a quella che sembrava definitiva.

facciamo un passo indietro di circa 8 anni.

Nel novembre 1989 sono in caserma a la spezia per "i tre giorni del militare".
tutti nudi davanti al medico militare, mutanda calata.

Ora all'epoca non capitava praticamente mai di calarsi la mutanda con una ragazza, quindi l'imbarazzo verso il medico era raddoppiato.
occhiata generale e tastata rapida, chi c'è stato sa di cosa parlo.

Tocca a me
OH MA CHE BELLO!!!

mi si gela il sangue, non tanto per la paura di chissà che malattia, ma per la clamorosa figura di merda fatta di fronte a tipo un milione di ragazzi della mia età

Il medico si sofferma sul mio testicolo e mi fa accomodare da parte, sussurrando una frase che ancora oggi è imbattuta in quanto a carica erotica: "tanto questo è da riformare" (nessuna donna in situazioni simili mi ha mai detto nulla di così eccitante).

Per farla breve, resterò un giorno in più a la spezia, vivrò questo momento eccezionale dove 4 dottori puntano una pila sui miei testicoli palpeggiandoli a turno, per poi venire "declassato di terza" (boh cazzo voleva dire? io comunque già all'epoca volevo fare l'obiettore)

Vinta la delusione di mia madre che si aspettava di vedermi tornare da la spezia vestito come richard gere in Ufficiale e Gentiluomo, la mia vita andò avanti senza particolari problemi collegati a questo presunto ma forse no varicocele.

Torniamo al 12 settembre 1997

ospedale, visita, prima in un posto poi in un altro distante enne km, prendi pullman scendi pullman metti la cera togli la cera arrivo al posto finale, poso il certificato sulla pila di certificati ed attendo, non prima di aver capito che il simpatico mondo militare prevedeva che la pila dei documenti andasse esaurita partendo dall'alto quindi chi arrivava per ultimo automaticamente diventava primo e vice versa che poi ci chiediamo perchè abbiamo perso due guerre su due ed il militare italiano più famoso è mai neim is maurizio cocciolone

arrivo nello studio medico ed il dottore mi fa spogliare (non che tra la spezia e genova fosse migliorato granchè quel discorso delle donne ma vabè) e mi dice TOSSISCA

non che ora io sia un fulmine di guerra eh, ma 20 anni fa ero peggio e poi ero in giro dal mattino presto praticamente a digiuno quindi non ci penso su e tossisco.
Sulla nuca del medico.

Marziale bestemmia del figlio di ippocrate, capisco lo sbaglio, mi giro e tossisco di nuovo.

Non so se per via della mia ernia inguinale o della mia lentezza nel capire come si tossisce, ma vengo riformato.

Fine
Stop
The end
freedom.
burbettasparatisechaitremesi

torno a casa in treno, ma prima do il via ai festeggiamenti.
musica ed alcool.

si inizia dalla musica, una sosta al bancomat e via da Giancarlo al discoclub
all'epoca appena entrati c'era un cestone dell'usato con le copertine dei cd in vendita.
sentendomi ricco come raramente mi sono sentito dopo quel giorno inizio a sfogliare i raccoglitori:
questo, questo, questo e quest'altro.

cifra importante lasciata a giancarlo

torno a casa, do la notizia in diretta appena apro la porta di casa ed in men che non si dica mia madre tira fuori dal frigo un bottiglione di rosso per un brindisi
(nel corso degli anni la delusione per il figlio mancato richard gere l'aveva smaltita bene)

giro di telefonate celebrative, tra cui una ad Eugenio fratello di Diego, Diego che rispose al telefono e accolse la notizia con un amichevole NON CI CREDO CHE CULO DI MERDA BASTARDO)

la serata la si organizza rapida.

quella sera, tu pensa, inizia la sagra di salea

ora, adesso ci vano i someliè, gli shiffò, i gurmè

20 anni fa ci si andava a rovinarsi di pigato 
o a comprare un trattore
o a comprare trattori dopo essersi rovinati di pigato

e quindi entro nell'area della sagra reggendo in una mano una pallina rossa di gommapiuma e nell'altra le diverse bottiglie di vino comprate quella sera.

un bacio alla palla del cala = un bicchiere col cala
altro che un like = un amen

in breve si sparge la voce ed io spendo lo stipendio che non stavo guadagnando (ma che ah ah ah avrei ripreso a guadagnare a breve visto che ero MILITESENTE) in vino, brindisi e baci alla palla del cala

13 settembre 1997 mi sveglio, telefono al comune di loano e comunico sobriamentahahahahahahah che non andrò più.
poi accendo il telefonino e mi accorgo che intorno alle 2 di notte ho fatto una telefonata.
Controllo il numero, non è memorizzato, non so chi possa essere, poi con la lentezza di chi non capisce che per tossire deve voltarsi e non sputare sulla nuca del figlio di ippocrate mi si accende, flebile, un neurone.
Sfoglio l'elenco per una verifica.
Ci ho preso.

Ho telefonato alla caserma turinetto di albenga, quella dove pochi giorni prima mi era stato fatto il foglio di richiesta di visita all'ospedale militare e dove avevo chiamato per avere informazioni il giorno prima.
Chiedo scusa a chi rispose quella notte, ma del resto la patria si difende anche facendo la guardia ad un bidone di benzinza
E rispondendo agli ubriachi.

sabato 2 settembre 2017

Da Elvis a Bruce: Viva Las Vegas!



Nell'ultima fase della sua carriera, anche se aveva iniziato da un po', Elvis tenne molti concerti a Las Vegas, grazie a contratti ricchissimi, in posti di lusso, con un pubblico di ricchi benestanti.

Assomigliava ad un animale in gabbia, una gabbia dorata certo, ma pur sempre una vetrina forzata, un'esposizione, un rito quasi religioso, dove l'idolo veniva mostrato al popolo adorante.

Popolo fino ad un certo punto, visti i prezzi delle sue serate, popolo di donne impellicciate a cui si concedeva lascivamente, davanti a mariti fintamente gelosi che potevano vantarsi di aver portato le loro spose a vedere il Re.

Nella sua storia io vedo la storia della musica rock, compreso, eccome se compreso, il finale di lustrini e gabbie.

Avendo smesso da un bel po' di essere musica per giovani, ma anche spinta culturale se non addirittura controcultura rivoluzionaria, il rock è ormai un passatempo per 40\50enni nostalgici, qualche giovane più curioso, quasi tutti con la possibilità di dedicare tempo e soldi a questo hobby.

A "Las Vegas" ci stanno andando parecchi esponenti del cosiddetto Classic Rock:
Gli stones ogni tanto partono per tour sfarzosi, ormai senza nemmeno preoccuparsi di avere nuove canzoni da proporre (a parte quando, come pochi mesi fa decidono di ributtarsi nel blues)

Gli u2 riportano in giro l'albero di joshua

Non stupisce che a questo andazzo si stia adeguando, da anni, lo stesso Springsteen, uno degli ultimi che alla musica rock ha dato un significato pieno, intenso, uno che ha raccontato e vissuto in prima persona l'effetto salvifico che il rock aveva sui giovani della sua generazione.

Da anni Bruce, sempre attento a proporre ai suoi fans un messaggio, un valore, ha abbassato di molto il livello di guardia e si concede con grande generosità sul palco.

Non si veste di paillettes, ma lascia scegliere le canzoni ai fans, le fa cantare ai bambini, ripropone i suoi classici intramontabili, canzoni e interi album e, come logico passo successivo, invece di Las Vegas (o Hollywood) è finito a Broadway.

"Andare a Las Vegas" come metafora quindi di una fase della carriera dove (avendone tutto il diritto, sia chiaro) si passa a riscuotere, in termini non solo economici, ma di gratificazione in  senso più ampio; mi avete amato per tutto questo tempo ed ora mi metto in vetrina per voi.

Chiaro, io penso che queste serate saranno FENOMENALI, un posto piccolo, lui completamente a suo agio, canzoni, aneddoti, racconti, penso che sia un modo meraviglioso per passare del tempo con lui e la sua musica.

La mia prima volta fu in un teatro, nel tour di Tom Joad, in Italia ovvio, quindi con meno dialoghi e l'atmosfera seriosa, quasi cupa, di quel periodo.
Però sembrava di essere seduti in un bar, noi, lui, le sue chitarre; non oso immaginare cosa succederà giocando "in casa" e in uno show palesemente autocelebrativo.

Anche questo è "andare a Las Vegas"; meno luci, meno sfarzo, più "ciccia", ma pur sempre un modo per godersi i frutti di una intera carriera.

La lezione di Elvis è ancora attuale, Bruce ha dimostrato di avere molto più rispetto di sè stesso ed una capacità molto maggiore di circondarsi delle persone giuste, quindi nessuno tra il pubblico andrà a teatro pensando\sperando di vederlo morire sul palco come accadeva a molti "fans" del Re, ma con tutti i distinguo del caso, il Walter Kerr Theatre è la sua Las Vegas.

Di per sè non è detto che sia un male, anzi, ma bisognerebbe accettarlo e farsene una ragione.

Gli inediti ed i tour alla vecchia maniera, forse torneranno.
Forse.