domenica 24 settembre 2017

Ciò che vi imbarazza è la natura del mio gioco. (I Rolling Stones a Lucca)




Piove mentre ci incolonniamo verso l'autostrada.

Una pioggia leggera, che non sembra infastidire la gente che lentamente va verso il parcheggio.
Ha aspettato la fine, la pioggia, per non aumentare i disagi dovuti al posto infelice dove hanno suonato i Rolling Stones, ma forse anche per non disturbare la lezione che lungo le mura di Lucca ha tenuto tutti con il fiato sospeso e gli occhi sgranati.

Ho iniziato ad ascoltare musica in maniera appassionata a cavallo tra gli anni 80, da cui comunque sono uscito vivo, ed i 90.
All'epoca, gli stones erano il vecchiume della musica, finiti, andati, si diceva.

Ieri sera, 25\30 anni dopo, erano ancora, come un miracolo, sul palco, davanti ad una folla imponente.

Cosa si può dire di questo ennesimo "tour che potrebbe essere l'ultimo"?

Io li ho visti sabato per la prima volta e più per scelta mia che per esigenze loro, credo sarà anche l'ultima.
Però sabato non appena il palco e gli schermi hanno lasciato intravedere tra il fumo ed il rosso diabolico la faccia di Mick Jagger, mi è arrivata addosso, investendomi per le due ore dello show, una vagonata di carisma e storia.

Non sono più quelli di una volta.
Cazzo, ma sei un genio!

Eppure, detto della comparsa di jagger, se possibile il primo SBRAAAAAAAAAAAAAAANG della chitarra di richards mi manda ai pazzi ancora peggio.

Keith Richards, anno di grazia 1943, lo stesso di jagger, mario monti e la buonanima di mio papà.

La migliore fottuta rock and roll band del mondo, nunc et semper, in secula seculorum e via andare di messa cantata.

Due ore secche, un annunciato ed inevitabile greatest hits, che voglio dire, MA MENOMALE!! Ormai lo hanno capito da mò che alla gente di pezzi nuovi degli stones frega nulla, a meno che non siano cover di blues più vecchie di loro.

Lasciate che mi presenti, sono un uomo ricco e pieno di fascino.

Inizia così mick jagger, parlando di quel diavolo con cui è evidente loro abbiano molto più che qualcosa in comune.

Camicie sgargianti, croci, teschi e pailletes, gli stones sono La Storia e la raccontano, dall'alto dei loro settanta e pass'anni.

Vederli dal vivo è davvero come assistere ad un miracolo, per quanto si capisca che ci sia lo zampino oltre che di Nostro Signore, anche del suo acerrimo rivale.

Jagger canta e si dimena nel suo modo sgraziato, scoordinato ed isterico per tutto il tempo; la cosa incredibile è che più va avanti lo show, più lui si scatena e vi giuro che ad un certo punto, verso il finale, sono sicuro di avergli visto la faccia con molte meno rughe che ad inizio concerto.

Ronnie Wood è il sopravvissuto. Ce lo ha scritto in volto, la paura di essere mortale, la malattia, l'essere andato oltre anche stavolta, tra tutti è quello che sprizza più entusiasmo, quasi giovanile, nel suo essere sul palco.

Charlie Watts è in camicia bianca; voglio dire, cazzo puoi aggiungere altro? tranquillo, con la sua smorfia british di noia e sarcasmo, tiene su la baracca senza scomporsi, come da 60 anni circa.

Keith Richards è Satana
Lo vedi, un teschio con su appese delle rughe, a tanto si è ridotto il suo volto ormai, senti la sua chitarra che viene sempre sparata a volumi altissimi, a coprire tutto il resto, perchè QUEL suono deve rimbombare ovunque. E quella espressione, perennemente appiccicata, di sfida, quel ghigno a dire "sono ancora qui stronzi, cosa dicevate 20(30)(40)(50) anni fa?"

Li vedi, quegli sguardi di intesa tra loro, quasi a dire il loro stupore umano nel trovarsi ANCORA su un palco.

Fanno fatica, si capisce, i finali sono molto spesso buttati lì con poca precisione, diversi pezzi sono rallentati e soprattutto richards si tiene aggrappato al ritmo non senza sbavature.

Ogni pezzo vive un momento in cui, complice forse l'acustica, ci si chiede se ce la faranno ad arrivare in fondo.

Ma oggi, nel 2017, almeno io, vado a vedere gli stones per trovarmi davanti 50 anni abbondanti di Leggenda della Musica e loro, con gli inevitabili acciacchi, ancora oggi mi fanno capire come hanno fatto a scrivere paginate di epica rock.

Ed il loro riproporsi uguali a loro stessi da anni, decenni ormai, è da un lato un grosso VAFFANCULO a chi li dava per finiti quando ancora il cadavere di Brian Jones galleggiava in piscina, dall'altro il volersi affrancare da quell'idea iconica che li vede in bacheca da altrettanto tempo, a prendere polvere.

Un modo per giocare con il loro stesso mito, opposto a quello di Dylan, che quel mito lo camuffa e reinventa ogni sera.

Da un punto di vista strettamente musicale però non posso dimenticare che i due pezzi da Blue and Lonesome mi abbiano spaccato l'anima e Midnight Rambler sia ancora oggi eseguita in un modo da mangiarsi 3\4 dei loro cosiddetti figli illegittimi: una cavalcata frenetica di chitarre ed armonica, con l'hammond di Chuck Leavell a tenerli ancorati a terra.

Poi, oh, io mica sono musicista, però, voglio dire, una cosa è suonare la chitarra, un'altra è ESSERE KEITH RICHARDS.

Ogni loro ruga, ogni callo nelle mani, racconta la Storia ed essere lì a vederli ed ascoltarli, per chi questa Storia la ama, vuol dire essere testimone di un qualcosa che potremo anzi dovremo raccontare.

Volevo esserci, almeno una volta, sotto quel palco (oddio, sotto... nella stessa zona, più o meno), per l'amore che provo verso il rock e per la voglia di respirare quell'aria.

Nel 1990, come dicevo prima, gli stones erano, nuovamente, in declino; suonarono a torino, al delle alpi, due serate. La seconda vendette poco più di 5000 biglietti e venne se non ricordo male annullata.

Quell'estate io scelsi, pochi giorni prima, di andare nello stesso stadio, a vedere madonna; le mie coordinate musicali non erano ancora ben definite, andai insieme ad amici, a casa di una amica e all'epoca le occasioni per star fuori di casa le dovevi prendere al volo, senza tanti sofismi.

Sabato a lucca ho capito una volta di più che, nonostante proprio loro dicano che sia SOLO rock and roll, questa storia che cerco di conoscere in maniera quasi morbosa, questi suoni che mi accompagnano da anni, siano molto, ma molto di più.

Per diversi motivi questa estate, tra gli U2 all'olimpico e gli stones nel fossato di lucca, ho capito che per me la stagione dei concertoni oni oni da 10\20\60 mila persone si è chiusa; troppa la fatica che faccio ad arrivare al momento del concerto, troppi i soldi che servono per parteciparvi, troppo poca la mia tolleranza verso code, calca, parcheggi lontani.

Mica male, come conclusione.


martedì 19 settembre 2017

You're the best thing about me - il nuovo singolo degli u2



la nuova canzone degli u2 non è brutta.
la nuova canzone degli u2 è oltre il bello ed il brutto.

non è brutta davvero, sono altri i pezzi brutti, c'è il basso in evidenza, finalmente la batteria, edge si sente, la voce di bono sentita a roma mi ha rincuorato.

la nuova canzone degli u2 è stanca, stanca come loro, un compitino, spento, insipido.

se blackout richiamava a gran voce i fasti di achtung baby e almeno per questo ogni tanto graffiava, anche solo per quegli stop and go in ogni strofa, questa davvero è sconfortante.

telefonatissima, strofa - ritornello - bridge, noiosa, prevedibile

assomiglia davvero ad un singolo dei coldplay, proprio loro che per anni, in primis chris martin sul palco, li hanno scimmiottati anche volgarmente, ora sembrano essere dei punti riferimento

che amarezza, anche per chi come me è serenamente consapevole che the unforgettable fire, ma anche zooropa, non torneranno più.

io accetto i dischi brutti, ci mancherebbe
sono quelli fatti tanto per fare che mi offendono, offendono il mio essere loro fan

è comprensibile che il fuoco indimenticabile non arda più, ma non c'è traccia del benchè minimo calore qui.

è una triste ala che scende sulla fascia e nemmeno viene marcata dai difensori avversari, che già sanno dove crosserà il pallone.
di livio a fine carriera, fuori forma.

dopo 40 anni di matrimonio non è lecito aspettarsi che una coppia faccia l'amore con l'ardore della prima notte di nozze, ma in 40 anni si è sviluppata una complicità tale per cui anche se meno scoppiettante, il sesso resta bello

ecco, you're the best thing about me è un missionario (nel senso di kamasutra, non nel senso di religioso) fatto con lei che guarda il soffitto pensando alla lista della spesa, mentre lui cerca di ricordarsi se l'indomani deve cambiarsi la biancheria o non è ancora il giorno giusto.

martedì 12 settembre 2017

Bacia la palla del Cala




12 settembre 1997, primo mattino.
Parto per genova, destinazione ospedale militare.

All'epoca svolgevo servizio civile presso una casa di riposo di loano, ma quel giorno dovevo sottopormi ad una visita.
Da tempo soffrivo di ernia inguinale, anche se la diagnosi definitiva era relativamente recente, varicocele, idrocele, palla gonfia, insomma diverse ipotesi, fino a quella che sembrava definitiva.

facciamo un passo indietro di circa 8 anni.

Nel novembre 1989 sono in caserma a la spezia per "i tre giorni del militare".
tutti nudi davanti al medico militare, mutanda calata.

Ora all'epoca non capitava praticamente mai di calarsi la mutanda con una ragazza, quindi l'imbarazzo verso il medico era raddoppiato.
occhiata generale e tastata rapida, chi c'è stato sa di cosa parlo.

Tocca a me
OH MA CHE BELLO!!!

mi si gela il sangue, non tanto per la paura di chissà che malattia, ma per la clamorosa figura di merda fatta di fronte a tipo un milione di ragazzi della mia età

Il medico si sofferma sul mio testicolo e mi fa accomodare da parte, sussurrando una frase che ancora oggi è imbattuta in quanto a carica erotica: "tanto questo è da riformare" (nessuna donna in situazioni simili mi ha mai detto nulla di così eccitante).

Per farla breve, resterò un giorno in più a la spezia, vivrò questo momento eccezionale dove 4 dottori puntano una pila sui miei testicoli palpeggiandoli a turno, per poi venire "declassato di terza" (boh cazzo voleva dire? io comunque già all'epoca volevo fare l'obiettore)

Vinta la delusione di mia madre che si aspettava di vedermi tornare da la spezia vestito come richard gere in Ufficiale e Gentiluomo, la mia vita andò avanti senza particolari problemi collegati a questo presunto ma forse no varicocele.

Torniamo al 12 settembre 1997

ospedale, visita, prima in un posto poi in un altro distante enne km, prendi pullman scendi pullman metti la cera togli la cera arrivo al posto finale, poso il certificato sulla pila di certificati ed attendo, non prima di aver capito che il simpatico mondo militare prevedeva che la pila dei documenti andasse esaurita partendo dall'alto quindi chi arrivava per ultimo automaticamente diventava primo e vice versa che poi ci chiediamo perchè abbiamo perso due guerre su due ed il militare italiano più famoso è mai neim is maurizio cocciolone

arrivo nello studio medico ed il dottore mi fa spogliare (non che tra la spezia e genova fosse migliorato granchè quel discorso delle donne ma vabè) e mi dice TOSSISCA

non che ora io sia un fulmine di guerra eh, ma 20 anni fa ero peggio e poi ero in giro dal mattino presto praticamente a digiuno quindi non ci penso su e tossisco.
Sulla nuca del medico.

Marziale bestemmia del figlio di ippocrate, capisco lo sbaglio, mi giro e tossisco di nuovo.

Non so se per via della mia ernia inguinale o della mia lentezza nel capire come si tossisce, ma vengo riformato.

Fine
Stop
The end
freedom.
burbettasparatisechaitremesi

torno a casa in treno, ma prima do il via ai festeggiamenti.
musica ed alcool.

si inizia dalla musica, una sosta al bancomat e via da Giancarlo al discoclub
all'epoca appena entrati c'era un cestone dell'usato con le copertine dei cd in vendita.
sentendomi ricco come raramente mi sono sentito dopo quel giorno inizio a sfogliare i raccoglitori:
questo, questo, questo e quest'altro.

cifra importante lasciata a giancarlo

torno a casa, do la notizia in diretta appena apro la porta di casa ed in men che non si dica mia madre tira fuori dal frigo un bottiglione di rosso per un brindisi
(nel corso degli anni la delusione per il figlio mancato richard gere l'aveva smaltita bene)

giro di telefonate celebrative, tra cui una ad Eugenio fratello di Diego, Diego che rispose al telefono e accolse la notizia con un amichevole NON CI CREDO CHE CULO DI MERDA BASTARDO)

la serata la si organizza rapida.

quella sera, tu pensa, inizia la sagra di salea

ora, adesso ci vano i someliè, gli shiffò, i gurmè

20 anni fa ci si andava a rovinarsi di pigato 
o a comprare un trattore
o a comprare trattori dopo essersi rovinati di pigato

e quindi entro nell'area della sagra reggendo in una mano una pallina rossa di gommapiuma e nell'altra le diverse bottiglie di vino comprate quella sera.

un bacio alla palla del cala = un bicchiere col cala
altro che un like = un amen

in breve si sparge la voce ed io spendo lo stipendio che non stavo guadagnando (ma che ah ah ah avrei ripreso a guadagnare a breve visto che ero MILITESENTE) in vino, brindisi e baci alla palla del cala

13 settembre 1997 mi sveglio, telefono al comune di loano e comunico sobriamentahahahahahahah che non andrò più.
poi accendo il telefonino e mi accorgo che intorno alle 2 di notte ho fatto una telefonata.
Controllo il numero, non è memorizzato, non so chi possa essere, poi con la lentezza di chi non capisce che per tossire deve voltarsi e non sputare sulla nuca del figlio di ippocrate mi si accende, flebile, un neurone.
Sfoglio l'elenco per una verifica.
Ci ho preso.

Ho telefonato alla caserma turinetto di albenga, quella dove pochi giorni prima mi era stato fatto il foglio di richiesta di visita all'ospedale militare e dove avevo chiamato per avere informazioni il giorno prima.
Chiedo scusa a chi rispose quella notte, ma del resto la patria si difende anche facendo la guardia ad un bidone di benzinza
E rispondendo agli ubriachi.

sabato 2 settembre 2017

Da Elvis a Bruce: Viva Las Vegas!



Nell'ultima fase della sua carriera, anche se aveva iniziato da un po', Elvis tenne molti concerti a Las Vegas, grazie a contratti ricchissimi, in posti di lusso, con un pubblico di ricchi benestanti.

Assomigliava ad un animale in gabbia, una gabbia dorata certo, ma pur sempre una vetrina forzata, un'esposizione, un rito quasi religioso, dove l'idolo veniva mostrato al popolo adorante.

Popolo fino ad un certo punto, visti i prezzi delle sue serate, popolo di donne impellicciate a cui si concedeva lascivamente, davanti a mariti fintamente gelosi che potevano vantarsi di aver portato le loro spose a vedere il Re.

Nella sua storia io vedo la storia della musica rock, compreso, eccome se compreso, il finale di lustrini e gabbie.

Avendo smesso da un bel po' di essere musica per giovani, ma anche spinta culturale se non addirittura controcultura rivoluzionaria, il rock è ormai un passatempo per 40\50enni nostalgici, qualche giovane più curioso, quasi tutti con la possibilità di dedicare tempo e soldi a questo hobby.

A "Las Vegas" ci stanno andando parecchi esponenti del cosiddetto Classic Rock:
Gli stones ogni tanto partono per tour sfarzosi, ormai senza nemmeno preoccuparsi di avere nuove canzoni da proporre (a parte quando, come pochi mesi fa decidono di ributtarsi nel blues)

Gli u2 riportano in giro l'albero di joshua

Non stupisce che a questo andazzo si stia adeguando, da anni, lo stesso Springsteen, uno degli ultimi che alla musica rock ha dato un significato pieno, intenso, uno che ha raccontato e vissuto in prima persona l'effetto salvifico che il rock aveva sui giovani della sua generazione.

Da anni Bruce, sempre attento a proporre ai suoi fans un messaggio, un valore, ha abbassato di molto il livello di guardia e si concede con grande generosità sul palco.

Non si veste di paillettes, ma lascia scegliere le canzoni ai fans, le fa cantare ai bambini, ripropone i suoi classici intramontabili, canzoni e interi album e, come logico passo successivo, invece di Las Vegas (o Hollywood) è finito a Broadway.

"Andare a Las Vegas" come metafora quindi di una fase della carriera dove (avendone tutto il diritto, sia chiaro) si passa a riscuotere, in termini non solo economici, ma di gratificazione in  senso più ampio; mi avete amato per tutto questo tempo ed ora mi metto in vetrina per voi.

Chiaro, io penso che queste serate saranno FENOMENALI, un posto piccolo, lui completamente a suo agio, canzoni, aneddoti, racconti, penso che sia un modo meraviglioso per passare del tempo con lui e la sua musica.

La mia prima volta fu in un teatro, nel tour di Tom Joad, in Italia ovvio, quindi con meno dialoghi e l'atmosfera seriosa, quasi cupa, di quel periodo.
Però sembrava di essere seduti in un bar, noi, lui, le sue chitarre; non oso immaginare cosa succederà giocando "in casa" e in uno show palesemente autocelebrativo.

Anche questo è "andare a Las Vegas"; meno luci, meno sfarzo, più "ciccia", ma pur sempre un modo per godersi i frutti di una intera carriera.

La lezione di Elvis è ancora attuale, Bruce ha dimostrato di avere molto più rispetto di sè stesso ed una capacità molto maggiore di circondarsi delle persone giuste, quindi nessuno tra il pubblico andrà a teatro pensando\sperando di vederlo morire sul palco come accadeva a molti "fans" del Re, ma con tutti i distinguo del caso, il Walter Kerr Theatre è la sua Las Vegas.

Di per sè non è detto che sia un male, anzi, ma bisognerebbe accettarlo e farsene una ragione.

Gli inediti ed i tour alla vecchia maniera, forse torneranno.
Forse.

giovedì 31 agosto 2017

L'odore della pasta quando cuoce



il mucchio di lenzuola
dentro il quale ti avvolgi di notte
quando ti giri su un fianco
diventa promessa 

certo è solo un mucchio di lenzuola
ed è pure buio
però dentro ci sei tu
ed allora è promessa di buono
e se mi avvicino e ti tocco
e tu lasci andare le mie mani
ecco che quel mucchio di lenzuola
diventa come l'odore della pasta che cuoce

mi spiego meglio

la pasta che cuoce mica ha chissà che buon odore
però se la pasta cuoce
tu sai che ci sarà il sugo
ed allora quell'odore forse insignificante
diventa promessa di una bella pasta al sugo
e tu senti l'odore della pasta che cuoce
e ti senti felice
perchè stai per mangiare la pasta al sugo

ecco, quel mucchio di lenzuola
è solo un mucchio di lenzuola
ed è pure buio
ma io so che tirando un po' via le lenzuola
le mie mani troveranno te
girata su un fianco
e tu lascerai andare le mie mani
ed io mi avvicinerò ancora un pò
e mi sentirò felice

come quando sento l'odore della pasta che cuoce
e sono felice
perchè sto per mangiare la pasta al sugo

domenica 13 agosto 2017

Per M, che riparte da lontano




Chissà se stanotte, sotto un cielo diverso
capirai il percorso o quantomeno il senso
il senso di questo cambiamento, ancora
un senso a quel che vuoi sia la tua vita

Chissà se sotto quel ciuffo adulto
dove nascondi i tuoi occhi bambini
ti sarà chiaro il male che hai vissuto
ti verrà incontro il bene che ti è dovuto

Chissà se un giorno, ormai cresciuto
ripenserai ai protagonisti di certe canzoni
"stupide ed ubriachi a cui urlavi i tuoi perchè
mentre tutti aspettavano che tu parlassi a scuola"*

Chissà se avrai il tempo ed il modo
di ricordare un giorno come questo
di riguardare tutto il tuo cammino
di sentirti finalmente felice e soddisfatto

[il mio lavoro è così]

* mi riferisco a due canzoni dei Pearl Jam ed una dei Counting Crows:

https://www.youtube.com/watch?v=WfrJCbol7ZU
https://www.youtube.com/watch?v=MS91knuzoOA
https://www.youtube.com/watch?v=ZAAzMeKVErw

mercoledì 9 agosto 2017

Tra Pavese ed il blues. I Gang a Roddino.



(Foto di Marcello Marengo)

"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".

Non fosse che i ragazzi di Roddino l'hanno usata come slogan per la Pro Loco, sarebbe da prendere questa celebre frase di Cesare Pavese e dedicargliela, ai ragazzi di Roddino.

Arrampicato sulla Langa, vicino al glamour trendy di Barolo, Roddino non è solo un piccolo paese, ma un'idea, un ideale, una promessa mantenuta.

Roddino è una comunità.

Una comunità che nella condivisione tira avanti, lavora, fatica, impreca, ma alla fine, come ogni comunità rurale, contadina, raccoglie.

E quando raccoglie fa festa, fa "le cose pazze".

Benvenuti alla Mataria d'Langa, la festa della comunità di Roddino.

Ci siamo tornati, in un caldo weekend di fine luglio, per sentircene parte, per viverne l'entusiasmo e la bellezza.

Mataria d'Langa dura qualche giorno, ma l'evento che più la rappresenta a mio avviso è l'immancabile concerto dei Gang.

Evento che unisce memoria e condivisione, lotta ed ideali, amicizia e bellezza.
Un concerto che da sempre porta avanti concetti ben chiari, battaglie da combattere e soprattutto il peso enorme della volontà, volontà di tramandare una tradizione, conservare un sentimento.

La serata dei Gang, aperta non a caso da un giovane gruppo della zona, i Ginostra, melodici e appassionati, fotografa l'intesa tra questi due mondi, dalla Langa alle campagne marchigiane.

Se la musica dei fratelli Severini da sempre conserva la memoria e la tradizione, sentirla qui, sulla scalinata che porta alla Chiesa, tra una grigliata ed un rosso, tra i tajarin di Gemma e l'odore di brace, te la fa apprezzare ancora di più, facendotela vivere in un contesto così vivo, vero, che in quelle canzoni ti sembra di starci dentro.

Una comunità che crea un mondo migliore di quello che ci aspetta qualche km più in basso, un mondo migliore dove si respira forte l'aria di condivisione, dove il regista di tutta la storia, Marco, ti viene incontro a stringerti la mano anche se vi siete visti solo due volte, dove non c'è differenza tra il dividere la tavolata con perfetti sconosciuti e l'alzare il pugno in ricordo dei fratelli Cervi.

Roddino è un posto dove avrebbero potuto nascerci e viverci, Marino e Sandro, non fossero nati e vissuti a Filottrano, tanta è la vicinanza tra molte loro canzoni e quest'aria speciale che si respira; quel comunismo che prima di essere partito o idea politica è interesse verso l'altro, senso di appartenenza; quella vita contadina che ti fa spezzare il pane e versare il vino come una eucarestia laica, ma non meno sincera; quell'idea, congenita, che il "di tutti" venga prima del "mio".

Sabato 22 luglio, la serata è stata se possibile più speciale del solito, perchè insieme ai Gang, con i Gang, ha suonato Paolo Bonfanti.

Ora io del Bonfa potrei parlare per ore, del suo tocco sulla chitarra, della sua bravura come musicista e come autore, della bella, bellissima persona che è.

Ma voglio sottolineare specialmente come il Bonfa sia un bluesman, dentro, nell'animo, e di conseguenza come tutto questo insieme di idee, valori, sentimenti di cui ho scritto, trovino nella sua chitarra un suono perfetto, preciso, meravigliosamente descrittivo.

Non a caso, e grazie ad una amicizia di lunga data, il Bonfa entra nelle canzoni dei Gang come se ci fosse sempre stato, le colora con tinte nuove ed insieme a Sandro e Jacopo le arricchisce di assoli fantastici.

Indubbiamente è stato un concerto anomalo per i Gang, con Marino volutamente più silenzioso e la musica a farla completamente da padrone; la presenza in diversi brani di un sax ed una tromba, oltre a impreziosirli, ha definitivamente alzato a livelli di guardia la dimensione rock-blues del concerto.

L'innesto della nuova sezione ritmica, con Diego Sapignoli strepitoso alla batteria, ha chiuso il discorso e per tre ore la Mataria è stata sfrenata.

Oltre ai cavalli di battaglia immancabili, tra cui cito una gigantesca "Le radici e le ali", la parte dello show dedicata a Calibro 77 (nuovo disco dei Gang dedicato ai brani di 40 anni fa) è rientrata perfettamente nel discorso di tradizione e memoria di cui sopra. De Andrè e Gaber, De Gregori l'irriverente Della Mea, tutti scampoli di un passato da conservare e tramandare, tutti tasselli di quella memoria che ostinatamente (e sempre in meno persone) continuiamo a pensare debba essere il fondamento di una società migliore.

Conservazione della memoria ed assunzione di responsabilità; sono queste a mio avviso le due linee guida di Calibro 77 e dell'operazione che l'ha creato; un disco da approfondire, con cura, come uno scrigno ricco di tesori.
Mi piacerebbe scriverne.

Per ora però chiudo ricordando come la serata sia finita "in gloria" con un paio di blues dove il Bonfa ha preso in mano la situazione e ha "riportato tutto a casa".

Mi perdoni Pavese, ma "un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di serate come questa"

Torneremo.




(foto di Fabrizio Ambrosio)

lunedì 7 agosto 2017

Dal Premio Nobel agli emuli di Fedez, sull'importanza delle parole nella musica




Nel momento storico in cui, FINALMENTE, la musica d'autore viene riconosciuta come letteratura ed insignita del Premio Nobel grazie a Bob Dylan, se ci guardiamo attorno, nel nostro piccolo orticello italiano, rischiamo che la tristezza poi ci avvolga come miele, citando uno che in quanto a letteratura non scherza affatto.

Nel momento in cui si riconosce che la parola in musica possa anzi debba essere considerata letteratura, quindi nella sua forma più alta di espressione, io resto basito, tra le altre cose, anche per una tendenza che sta tragicamente prendendo piede.

Una volta, erano i testi delle canzoni a dettare il linguaggio dei giovani.
Giusto per non usare iperboli eccessive, lo stesso Premio Nobel Bob Dylan ha contribuito a rendere la lingua inglese-americana quella che conosciamo ora, oltre a modificare il movimento dell'asse terrestre, ma questa è un'altra storia.

Oggi invece accade il contrario, sono i modi di dire dei ragazzi a suggerire testi e titoli ai cantanti.
Oggi è il contrario, sono le parole di uso comune ad influenzare la musica e non la musica a creare un linguaggio di uso comune, nuovo e in certi sensi rivoluzionario.

La conseguenza diretta di tutto ciò è che se gli artisti influenzano i ragazzi, i ragazzi possono respirare arte e magari provare a farne, ma se i ragazzi ascoltano gli artisti dire quello che dicono loro e che vogliono sentirsi dire, per un infantile senso di appartenenza, privo di stimoli, ma semplicemente basato sulla pedissequa ripetizione, è l'arte a soffrirne di più.

Che stimoli artistici potranno mai avere quelli che ritrovano i loro stessi modi di dire nelle canzoni più in voga?

E lo so che questo scambio c'è sempre stato, ma permettetemi di differenziare il periodo in cui questo scambio avveniva con una tensione verso "il bello" e il periodo odierno, dove si cerca ovunque una risposta facile, scontata, banale e senza un briciolo di profondità.

Esempi: 
il primo, quello che mi ha colpito di più, perchè di più ammiro l'artista rispetto ad altri, è il nuovo disco di omar pedrini: COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI.

Ma che titolo è?
Ma scrivi canzoni o post sui social network?

Scendendo di livello segnalo un gruppo dal nome CHIAMARSI BOMBER e la loro hit COME BOBO

Temo esista da qualche parte un brano o un gruppo chiamato Mai Una Gioia o, forse peggio ancora, TANTA ROBA, ma non me la sento di verificare

Per non parlare della feccia dell'hip hop tricolore (genere che meriterebbe ben altri paladini e ben altro rispetto) e del loro VORREI MA NON POSTO o della durissima satira politica di COMUNISTI COL ROLEX.

Ma per favore.

Senza scomodare Dylan, Cohen, Guccini, De Andrè, guardate Paolo Villaggio, appena mancato.

Provate a pensare a quanto il suo personaggio Fantozzi, abusato, rovinato dal suo stesso autore nella continua riproposizione di una maschera che alla fine era una triste macchietta, ma provate a pensare a quanto il Ragioniere abbia inciso nel vocabolario di certe situazioni, nella grammatica di certi ruoli, di certi discorsi, dalla declinazione della sfiga alla precisa analisi dei rapporti sociali e lavorativi tra impari.

Oggi invece i testi vanno a toccare corde ben precise, telecomandati da un'analisi preventiva che antepone la visibilità "emotiva" ad una profondità di messaggio, col risultato che appena pronta la prossima "dose", quella precedente venga sostituita e dimenticata.

Qualche giorno fa ho letto la tracklist della compilation "Festivalbar 1997", all'epoca considerata con lo stesso rispetto che un israeliano può nutrire verso il Mein Kampf o un parlamentare di Fratelli d'Italia.

Belin, brutte ed odiate che fossero, quelle canzoni, così volgarmente POP, me le ricordavo se non tutte almeno per il 75%, perchè anche in ambito POP allora c'era quel minimo di qualità e spessore. (e stiamo parlando di fine anni 90, non del 1968)

Quelle canzoni così brutte ed odiate, oggi mi sembrano scritte dal Dio del Rock, tanta è la distanza dal livello attuale.

Credo che si debba riscoprire ed in fretta, l'importanza e la bellezza della parola, della parola fatta musica, prima di finire, noi connazionali di Dante Alighieri, seppelliti vivi da un'orda di rapper stonati, con la zeppola ed il vocabolario esteso come l'elenco telefonico di mendatica.

E comunque, lui lo aveva detto anni fa:

adesso dovrei fare le canzoni
con i dosaggi esatti degli esperti
magari poi vestirmi come un fesso
per fare il deficiente nei concerti

giovedì 27 luglio 2017

Processioni, razzismo e commenti online



Come ogni anno, a S.Giacomo la mia famiglia partecipa alla processione del Santo Patrono di tovo (appunto) San Giacomo, paese originario di mia moglie.

Da un paio di mesi scarsi, a tovo sono ospitati alcuni ragazzi migranti, in una struttura privata, in collaborazione con una coop. sociale.

Detto questo, la sera del 25 luglio, durante la processione, alcuni di questi ragazzi hanno spontaneamente aiutato i tovesi nel trasporto della statua lungo le strade del paese.

L'ho trovato un gesto molto bello e simbolicamente fortissimo e ne ho scritto su facebook.



Mara, amica e giornalista di savonanews, mi ha chiesto se poteva riprendere le mie parole per un articolo sul sito ed ha anche specificato meglio il significato di "minoranza" che non volevo venisse intesa in termini politici e di consiglio comunale.


Ovviamente a me la cosa ha fatto molto piacere, perchè sono egocentrico e vanitoso, specialmente nello scrivere, ma anche perchè  contento nel mio piccolo di aiutare a sottolineare questo momento semplice e spontaneo di aggregazione ed il fatto che fosse avvenuto proprio a tovo, paese che è nel mio cuore, più di quanto io sia nel suo, ma vabè.

Savonanews ha pubblicato la notizia giovedì mattina ed automaticamente l'ha condivisa sulla sua pagina facebook.



Ed ecco puntuali arrivare i commenti




Inizio subito col botto, col classico, con l'evergreen: i 35 euro al giorno!!!!
grande roberto, con cui tra l'altro ho 17 amici in comune su FB, che si gioca subito il fil rouge!!

Non da meno amelio, che memore del compromesso storico, non esita a definire una processione di un Santo "propaganda comunista" (dal libretto del perfetto elettore di forza italia, pag. 12)

RIDICOLO!! RIDICOLI!!! valerio ed antonella non hanno peli sulla lingua ("e se li ho non sono miei!!", come disse monica lewinsky) e senza timore affondano il colpo: toglieteli dai giardini di piazza del popolo (credo si riferisca a savona o ad albenga) (ma non era a tovo la processione?) ci sono le città da pulire!!! (già vi diamo 35 euro al giorno, almeno pulite la merda dei nostri cani no, ingratoni!!!!!)

Luca e Roberto scelgono una linea più sottile, mentre il primo cita chiaramente patch addams (straniero era straniero pure lui eh), il secondo si rifà al concerto dei blues brothers (vedi faccina) a Cannes (nota città radical chic, da non confondersi con l'acqua perrier che è MINERAL CHIC)


Tralasciando quel comunista di erick che riflette sulla cognizione umana, si pasa dalla propaganda rossa agli scandali vaticani

Grande pietro, cognome inequivocabilmente ligure, che butta lì con nonchalanche la soluzione definitiva: la chiesa si ingrassa, perchè chiaramente la processione di un paese di 3000 anime porta nelle casse dello IOR ingente liquidità subito reinvestita in armamenti nucleari

Roberto, a parte qualche problema con le doppie, invece sa bene che è tutto un bus(s)in(n)es e a dimostrazione della sua teoria, usa una foto rivelatrice

Giampaolo fa una battuta simpatica ,mentre giuseppe ne fa una questione di appartenenza, glielo avranno chiesto se erano cattolici? li avranno interrogati sui comandamenti? sapranno quante sono le lettere ai corinzi? ci stanno capendo qualcosa nella nuova serie di twin peaks (no, forse questa non c'entra)


annunciata annuncia la condicio, a che servono le parole di cristo se non a portare delle statue? (oltre a fare propaganda comunista, sia chiaro) e giuseppe si risente, per lui sta storia del cattolicesimo è fondamentale, non so se per tutti o solo per i ragazzi migranti, ed urla forte il suo Perché???



Peppe ci va giù a gamba tesa ARIDAJE COL RIDICOLO!!!! e soprattutto INTEGRAZIONE è cosa BEN DIVERSA (non spiega cosa sia, ma possiamo sempre chiederglielo dopo) e comunque per colpa delle processioni la gente diventa razzista SAPEVATELO!

Annunciata si riscatta alla grande


marcella ci crede parecchio e per 250 metri di processione tira fuori LA MAFIA (che da anni è dietro al business dei portatori di statue) e vuole che dalla piazza di tovo parta LA RIVOLUZIONE!!!!!

Concludiamo alla grande svelando la cruda verità:


super anto!!! niente, ci arrendiamo!!! la statua di san giacomo in realtà era una riproduzione 1:1 di matteo renzi ed ai ragazzi migranti "arroganti delinquenti oltre che parassiti" come ricompensa per l'aiuto prestato è stata regalata una gigantografia di maria elena boschi.

p.s. nel frattempo immagino che ci saranno altri commenti, ma credo siano sufficienti questi.



mercoledì 26 luglio 2017

Rosse e nere



Avevo un pacchetto di caramelle rosse e nere
le avevo prese per darle a tua figlia
le avevo prese per avere un suo sorriso

ti ho aspettato, vi ho aspettato tanto
il pacchetto sempre chiuso
aspettavo te, insieme al suo sorriso

rimetto a posto le mie cose, è tempo di andare
ho aperto quel cassetto e l'ho visto, ancora chiuso
ho capito che non sareste più tornate

le ho mangiate, una ad una
ogni caramella un tuo ricordo
ogni morso il suo sorriso

lunedì 17 luglio 2017

Outside it's America - 30 anni, un disco, la vita.



Sabato sera, intorno alle 23 (si, ho guardato l'ora), ho vissuto uno di quei momenti molto significativi, quelli nei quali ti rendi conto che c'è un messaggio ben preciso, rivolto a te.

Eravamo nella parte conclusiva del concerto, avevamo ascoltato i racconti dell'albero di Joshua e gli u2 stavano pagando il doveroso tributo a chi li ha scoperti ben dopo quel disco, con una serie di pezzi tratti dagli ultimi album.

Elevation non sarà un capolavoro (no, non lo è), ma in uno stadio pieno e bello caldo fa sempre la sua porca figura, col suo ritmo saltellante che fa muovere i culi di chiunque sia presente.
Prima del ritornello salterino, il maxischermo inquadra Larry in primissimo piano e quando lui chiama il ritornello trasmette le immagini dal suo punto di vista, con tutto il prato che salta e le trasmette in bianco e nero.

Ecco.

In una frazione di secondo realizzo che quelle immagini si ricollegano, almeno per me a quelle di un pomeriggio di (quasi) 30 anni fa.

Io e Capitan Buffa eravamo in un cinema di Alassio, una domenica pomeriggio autunnale, a vedere Rattle and Hum.
Inizia Helter Skelter, la canzone che charles manson rubò ai beatles e noi gli rubiamo a sua volta, il palco è buio
THAN YOU SEE ME AGAAAIIIIIIIIIIIIIIIIIIN
più o meno stessa inquadratura, stesso bianco e nero, il madison square garden che si illumina all'improvviso e migliaia di mani che si alzano tutte assieme

SBAAAAAAAAAAAAAAAAAAAM
io e il capitano che senza togliere gli occhi dallo schermo, veniamo spinti a forza contro lo schienale, deglutiamo a fatica ed esclamiamo una analisi critica ed approfondita di quella scena:

MINCHIA

sabato sera, intorno alle 23 si è chiuso quel cerchio lì, quello aperto nell'autunno 1989, quando già le mie orecchie erano ben educate dai bootleg di springsteen e la musica dal vivo era un richiamo forte quanto difficile da esaudire, quando quelle immagini lasciarono sulla mia psiche un segno indelebile, come la passione tuttora viva e più esaudibile di allora, verso la musica live.
Sabato sera all'improvviso ho capito che, avendo rinunciato per manifesta incapacità a diventare come quelli sul palco, per lo meno in diverse occasioni ed in quel momento in particolare, ero tra quelli sotto, a ricevere quella botta di adrenalina e belle vibrazioni che quel pomeriggio mi erano arrivate anche attraverso lo schermo. Una cosa che nel corso della mia vita ho capito essermi INDISPENSABILE.

Benvenuti allo stadio olimpico, roma, giorno del signore 15 luglio 2017, quasi 16 anni esatti dal mio ultimo loro concerto, torino 2001, la notte in cui bono rischiò di svenire sul palco e venne ricoverato, la notte di una out of control letteralmente regalata, la notte della scuola diaz.
Tanta acqua è passata sotto i ponti da quella serata.

Dischi tutto fuorchè memorabili, palchi sempre più grandi, ma soprattutto la voce di bono ridotta in condizioni che oscillavano tra il preoccupante ed il disastroso.

Pochi artisti hanno avuto un impatto sul mio immaginario come il suo, da quel cinema alassino alla volta in cui salì sul palco del forum di assago vestito di pelle nera e circondato da trabant.

Un amore forte ed intenso come il dolore provato ogni volta che ascoltavo qualche pezzo dal vivo in questi ultimi 10\15 anni.

Nel frattempo una vita intera.

La ragazza con cui ero andato a torino quella sera, titubante fino all'ultimo se prendere il biglietto perchè pensava "figurati se a luglio stiamo ancora assieme" che mi aspetta a casa nostra insieme alle nostre due figlie, mia sorella che quella sera non tornò a casa con me perchè l'indomani partiva proprio per l'irlanda per un corso di sopravvivenza e di apprendimento della lingua inglese, amici che in certi momenti ci sono sempre, storie andate male, altre malissimo, la vita, insomma.

The Joshua Tree, quindi.

Quel tributo così sentito all'america ed alle sue contraddizioni, vista, vissuta e sognata con gli occhi di un emigrante, di uno straniero.

Here we are, the irish in america

La vastità dei suoi spazi e le chiusure verso gli ultimi, la rabbia verso gli atteggiamenti in politica estera e la profondità del gospel, la spiritualità e la carne, il sesso e la guerra, i diritti umani, il blues.
Un disco sfacciatamente americano, che porta l'epica e l'enfasi dei testi su un piano più rock, più (appunto) americano, rispetto ai predecessori.
Fino all'america e ritorno, volendo riassumere il periodo che da questo disco porterà al berlinese (e bowiano) Achtung baby passando per, appunto, l'apoteosi di Rattle and Hum.
Lo show mi sembra sia strutturato in maniera palese: chi eravamo prima di Joshua, Joshua, chi siamo ora.
Quindi ecco le prime canzoni a riassumere una fetta di carriera meravigliosa, tra tormenti religiosi e quotidianità irlandese, che significa tutto tranne monotonia.
Prima parte spoglia e povera come si confà ad un gruppo "esordiente", luci fisse, schermi spenti, loro 4 nella passerella, che entrano uno alla volta, ad iniziare da larry che fa partire subito il beat marziale di Sunday Bloody Sunday.
Si resta dalle parti del Red Blood Sky con New Year's Day, foriera di novità e nuovi inizi.
E Bad, una di quelle canzoni che non mi stancherei mai di ascoltare.

Bad, le scelte della vita, quelle sbagliate, quelle che se si potesse si cancellerebbero.
Let it go and so not Fade Away
Canzone intima, personale, introspettiva, che lascia il posto a Martin Luther King ed al suo orgoglio, il suo e quello di un popolo intero.
Eccola, l'America che si avvicina, che dai vicoli di Dublino dove puoi provare a fondare una band o perderti per sempre si fa strada come un sogno, un obbiettivo, un traguardo, ma senza trascurare i suoi difetti, i suoi errori.
Dai drammi di una nazione divisa, ferita da bombe e attentati, alla storia di un uomo che combatte per annullare le divisioni ed avverare il suo sogno.

Si accendono gli schermi, il famoso discorso di MLK lascia che alcune parole restino visibili e poi si entra in The Joshua Tree.

L'albero appare su uno sfondo rosso sangue e poi la strada, il simbolo principale degli USA, la strada, gli spazi, le montagne davanti a te che sembrano non avvicinarsi mai e ai bordi, ai margini quelli che camminano, lentamente, stancamente, quelli che tirano avanti soffrendo per le contraddizioni ed i conflitti dell'america stessa.

L'esecuzione del disco in maniera integrale rafforza questo senso di amore ed odio verso quella terra.

Ci sono capanne, bandiere su muri, tanti indiani, c'è l'esercito della salvezza e c'è di nuovo la droga, come in Bad, quella che ti fa restare fermo anche se pensi di correre, quella che dai vicoli bui di dublino ti fa vedere il cielo, le 7 torri, ma solo una via di uscita.
C'è reagan ed il nicaragua, aleggia trump con i suoi muri.

E poi Exit.

Sempre amata, dai tempi in cui, ancora nel cinema alassino, la vedevo mischiata ai doors, exit è il mio momento preferito dello show.

Momento in cui le diverse anime degli u2 e soprattutto di bono si fondono assieme
La rockband, i predicatori, gli istrioni.

Bono durante questo brano è al massimo dello splendore, evocativo, carismatico, sarcastico.
Un brano che in questa versione, dilatata e rabbiosa, amplifica e sottolinea ancora di più la lotta tra bene e male, esterna ma soprattutto interna, personale, privata.
Mani che costruiscono e distruggono, la nostra vita fatta di alti e bassi, costruzioni e grandi disastri. Un incubo in musica che viene arrangiato e accompagnato visivamente con un trattamento che mi ricorda lo Zoo Tv.

Lo stadio romano è pieno e completamente in estasi, durante With or wihout you si erge a protagonista con la ormai inevitabile scenografia, che spinge bono a chiedere di accendere le luci.

Tronfi, enfatici, plateali e retorici, gli u2 comunque sia riescono a mandare messaggi immediati e diretti.

Mothers of the disappeared, che chiude il disco, ha sullo sfondo donne, nonne, mamme e bambine, che tengono in mano candele che vanno via via spegnendosi, segno di una lotta che deve continuare e che ha bisogno di altre mani per tenere accese le luci delle speranze.

Ad iniziare la terza parte del concerto, immancabile, arriva la componente più "predicativa" del gruppo. Miss Sarajevo viene trasferita ed ambientata in Siria, in quel cumulo di macerie fisiche e psicologiche così trascurato e sottovalutato dal mondo.

Bello, bellissimo il riferimento grato alla guardia costiera italiana. Ecco gli u2 che amo, quelli retorici, plateali, ma che toccano corde che mi emozionano sempre e che sento così vicino a me, ai miei valori, al mio lavoro. Ho già letto qui e la critiche per questa frase, ma vaffanculo, io mi godo il brivido provato quando l'ha detta e l'applauso che l'ha accompagnata.

Colori, luci e qualche lustrino di troppo per la parte finale, detto di elevation, anche beautiful day e vertigo pagano pesantemente dazio rispetto al cuore del concerto, ma sono comunque una bella boccata di aria fresca e divertente.
Meravigliosamente evocativa Ultraviolet con una carrellata di donne che hanno fatto la storia e che rappresentano quella parte dell'universo sempre pronta ad "illuminare il mio cammino" e che in quei momenti mi immagino comprendere anche e soprattutto le mie tre ragazze che dormono.

Non può mancare One dove "papa bono" è ecumenico, ma del resto se c'è un posto dove è vero che "l'amore è la legge più alta" non credo sia tanto lontano da questo stadio.

A chiusura della serata un brano inedito, nemmeno malvagio, con un arrangiamento quasi orientale e soprattutto una semplicità apprezzabile; un modo a mio avviso bellissimo di concludere quello che è un tributo non solo ad un loro capolavoro, ma ad una intera carriera, ad una intera vita, carriere e vite che in maniera nemmeno troppo stucchevole bono afferma che non avrebbero mai pensato diventassero così.

Noi siamo in forma, voi siete in forma, cosa è cambiato? Chiede bono all'inizio dell'esecuzione dell'album.

Tutto, si risponde col suo ghigno.


Tutto forse no, parecchio, sicuramente.

Loro sono cambiati, ma stasera, e per me è la notizia migliore, si sono dimostrati assolutamente credibili nel riproporre un album del genere. Credibile, oltre ogni più rosea aspettativa, è la voce di Bono, tornata a livelli per me insperati.

Molti di noi che eravamo allo stadio siamo cambiati.

30 anni fa sapevo assai, io, degli u2. Conoscevo with or without you, come chiunque fosse dotato di almeno un padiglione auricolare, ma la musica iniziava solo lentamente a diventare la magnifica ossessione che è ora.

Come ho detto prima, gli u2 sono arrivati nella mia vita più o meno quel pomeriggio al cinema, quindi questo show è un modo per quantomeno fingere di aver recuperato la parte precedente, a partire da quel concerto di modena 1987 che proprio capitan buffa mi registrò su cassetta ("io voglio parlare italiano!").

30 anni fa era già un'impresona da albenga andare a pietra ligure a vedere zucchero, altro che modena.

Nel momento in cui sto realizzando, proprio soprattutto grazie a sta serata, che i concerti negli stadi ormai mi pesano e mi condizionano più del dovuto, è comunque bella la sensazione che ho provato sabato sera; per chi non vive la musica come un semplice hobby o peggio un sottofondo, il legame tra essa e la nostra vita è tale da abbinare sempre a certi ricordi una canzone o un gruppo. Gli u2 accompagnano le mie esperienze ormai da tanto tempo e da sempre hanno simboleggiato l'aspetto più spirituale di quello che mi accadeva. Ritrovarli è stato proprio come un ultimo brindisi a tutta la strada che ho percorso da quel pomeriggio umido e piovoso, quando dentro quel cinema mi resi conto che no, certe sensazioni non erano "sensazioni qualunque", ma che la musica era e stava diventando una colonna portante della mia vita.

Soprattutto per questo, l'unica nota un po' stonata di sabato è stata il non aver visto il concerto insieme a capitan buffa, che per motivi logistici è andato alla serata successiva ma che immagino abbia anche lui ripensato a rattle and hum "and everything after" come direbbero i Counting Crows.

Eravamo insieme la notte milanese delle trabant e l'anno dopo al bentegodi, vedere assieme anche questo show avrebbe avuto un significato simbolico fortissimo, però mi accontento di averlo visto sul treno sabato mattina, entrambi più grigi rispetto al pomeriggio alassino, ma con una parte di quel "fuoco indimenticabile" che ancora brucia in entrambi.


Mentre un uomo soffia forte dentro un saxofono,
attraverso i muri sentiamo gemere la città.

Fuori c'è l'America