domenica 13 agosto 2017

Per M, che riparte da lontano




Chissà se stanotte, sotto un cielo diverso
capirai il percorso o quantomeno il senso
il senso di questo cambiamento, ancora
un senso a quel che vuoi sia la tua vita

Chissà se sotto quel ciuffo adulto
dove nascondi i tuoi occhi bambini
ti sarà chiaro il male che hai vissuto
ti verrà incontro il bene che ti è dovuto

Chissà se un giorno, ormai cresciuto
ripenserai ai protagonisti di certe canzoni
"stupide ed ubriachi a cui urlavi i tuoi perchè
mentre tutti aspettavano che tu parlassi a scuola"*

Chissà se avrai il tempo ed il modo
di ricordare un giorno come questo
di riguardare tutto il tuo cammino
di sentirti finalmente felice e soddisfatto

[il mio lavoro è così]

* mi riferisco a due canzoni dei Pearl Jam ed una dei Counting Crows:

https://www.youtube.com/watch?v=WfrJCbol7ZU
https://www.youtube.com/watch?v=MS91knuzoOA
https://www.youtube.com/watch?v=ZAAzMeKVErw

mercoledì 9 agosto 2017

Tra Pavese ed il blues. I Gang a Roddino.



(Foto di Marcello Marengo)

"Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti".

Non fosse che i ragazzi di Roddino l'hanno usata come slogan per la Pro Loco, sarebbe da prendere questa celebre frase di Cesare Pavese e dedicargliela, ai ragazzi di Roddino.

Arrampicato sulla Langa, vicino al glamour trendy di Barolo, Roddino non è solo un piccolo paese, ma un'idea, un ideale, una promessa mantenuta.

Roddino è una comunità.

Una comunità che nella condivisione tira avanti, lavora, fatica, impreca, ma alla fine, come ogni comunità rurale, contadina, raccoglie.

E quando raccoglie fa festa, fa "le cose pazze".

Benvenuti alla Mataria d'Langa, la festa della comunità di Roddino.

Ci siamo tornati, in un caldo weekend di fine luglio, per sentircene parte, per viverne l'entusiasmo e la bellezza.

Mataria d'Langa dura qualche giorno, ma l'evento che più la rappresenta a mio avviso è l'immancabile concerto dei Gang.

Evento che unisce memoria e condivisione, lotta ed ideali, amicizia e bellezza.
Un concerto che da sempre porta avanti concetti ben chiari, battaglie da combattere e soprattutto il peso enorme della volontà, volontà di tramandare una tradizione, conservare un sentimento.

La serata dei Gang, aperta non a caso da un giovane gruppo della zona, i Ginostra, melodici e appassionati, fotografa l'intesa tra questi due mondi, dalla Langa alle campagne marchigiane.

Se la musica dei fratelli Severini da sempre conserva la memoria e la tradizione, sentirla qui, sulla scalinata che porta alla Chiesa, tra una grigliata ed un rosso, tra i tajarin di Gemma e l'odore di brace, te la fa apprezzare ancora di più, facendotela vivere in un contesto così vivo, vero, che in quelle canzoni ti sembra di starci dentro.

Una comunità che crea un mondo migliore di quello che ci aspetta qualche km più in basso, un mondo migliore dove si respira forte l'aria di condivisione, dove il regista di tutta la storia, Marco, ti viene incontro a stringerti la mano anche se vi siete visti solo due volte, dove non c'è differenza tra il dividere la tavolata con perfetti sconosciuti e l'alzare il pugno in ricordo dei fratelli Cervi.

Roddino è un posto dove avrebbero potuto nascerci e viverci, Marino e Sandro, non fossero nati e vissuti a Filottrano, tanta è la vicinanza tra molte loro canzoni e quest'aria speciale che si respira; quel comunismo che prima di essere partito o idea politica è interesse verso l'altro, senso di appartenenza; quella vita contadina che ti fa spezzare il pane e versare il vino come una eucarestia laica, ma non meno sincera; quell'idea, congenita, che il "di tutti" venga prima del "mio".

Sabato 22 luglio, la serata è stata se possibile più speciale del solito, perchè insieme ai Gang, con i Gang, ha suonato Paolo Bonfanti.

Ora io del Bonfa potrei parlare per ore, del suo tocco sulla chitarra, della sua bravura come musicista e come autore, della bella, bellissima persona che è.

Ma voglio sottolineare specialmente come il Bonfa sia un bluesman, dentro, nell'animo, e di conseguenza come tutto questo insieme di idee, valori, sentimenti di cui ho scritto, trovino nella sua chitarra un suono perfetto, preciso, meravigliosamente descrittivo.

Non a caso, e grazie ad una amicizia di lunga data, il Bonfa entra nelle canzoni dei Gang come se ci fosse sempre stato, le colora con tinte nuove ed insieme a Sandro e Jacopo le arricchisce di assoli fantastici.

Indubbiamente è stato un concerto anomalo per i Gang, con Marino volutamente più silenzioso e la musica a farla completamente da padrone; la presenza in diversi brani di un sax ed una tromba, oltre a impreziosirli, ha definitivamente alzato a livelli di guardia la dimensione rock-blues del concerto.

L'innesto della nuova sezione ritmica, con Diego Sapignoli strepitoso alla batteria, ha chiuso il discorso e per tre ore la Mataria è stata sfrenata.

Oltre ai cavalli di battaglia immancabili, tra cui cito una gigantesca "Le radici e le ali", la parte dello show dedicata a Calibro 77 (nuovo disco dei Gang dedicato ai brani di 40 anni fa) è rientrata perfettamente nel discorso di tradizione e memoria di cui sopra. De Andrè e Gaber, De Gregori l'irriverente Della Mea, tutti scampoli di un passato da conservare e tramandare, tutti tasselli di quella memoria che ostinatamente (e sempre in meno persone) continuiamo a pensare debba essere il fondamento di una società migliore.

Conservazione della memoria ed assunzione di responsabilità; sono queste a mio avviso le due linee guida di Calibro 77 e dell'operazione che l'ha creato; un disco da approfondire, con cura, come uno scrigno ricco di tesori.
Mi piacerebbe scriverne.

Per ora però chiudo ricordando come la serata sia finita "in gloria" con un paio di blues dove il Bonfa ha preso in mano la situazione e ha "riportato tutto a casa".

Mi perdoni Pavese, ma "un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di serate come questa"

Torneremo.




(foto di Fabrizio Ambrosio)

lunedì 7 agosto 2017

Dal Premio Nobel agli emuli di Fedez, sull'importanza delle parole nella musica




Nel momento storico in cui, FINALMENTE, la musica d'autore viene riconosciuta come letteratura ed insignita del Premio Nobel grazie a Bob Dylan, se ci guardiamo attorno, nel nostro piccolo orticello italiano, rischiamo che la tristezza poi ci avvolga come miele, citando uno che in quanto a letteratura non scherza affatto.

Nel momento in cui si riconosce che la parola in musica possa anzi debba essere considerata letteratura, quindi nella sua forma più alta di espressione, io resto basito, tra le altre cose, anche per una tendenza che sta tragicamente prendendo piede.

Una volta, erano i testi delle canzoni a dettare il linguaggio dei giovani.
Giusto per non usare iperboli eccessive, lo stesso Premio Nobel Bob Dylan ha contribuito a rendere la lingua inglese-americana quella che conosciamo ora, oltre a modificare il movimento dell'asse terrestre, ma questa è un'altra storia.

Oggi invece accade il contrario, sono i modi di dire dei ragazzi a suggerire testi e titoli ai cantanti.
Oggi è il contrario, sono le parole di uso comune ad influenzare la musica e non la musica a creare un linguaggio di uso comune, nuovo e in certi sensi rivoluzionario.

La conseguenza diretta di tutto ciò è che se gli artisti influenzano i ragazzi, i ragazzi possono respirare arte e magari provare a farne, ma se i ragazzi ascoltano gli artisti dire quello che dicono loro e che vogliono sentirsi dire, per un infantile senso di appartenenza, privo di stimoli, ma semplicemente basato sulla pedissequa ripetizione, è l'arte a soffrirne di più.

Che stimoli artistici potranno mai avere quelli che ritrovano i loro stessi modi di dire nelle canzoni più in voga?

E lo so che questo scambio c'è sempre stato, ma permettetemi di differenziare il periodo in cui questo scambio avveniva con una tensione verso "il bello" e il periodo odierno, dove si cerca ovunque una risposta facile, scontata, banale e senza un briciolo di profondità.

Esempi: 
il primo, quello che mi ha colpito di più, perchè di più ammiro l'artista rispetto ad altri, è il nuovo disco di omar pedrini: COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI.

Ma che titolo è?
Ma scrivi canzoni o post sui social network?

Scendendo di livello segnalo un gruppo dal nome CHIAMARSI BOMBER e la loro hit COME BOBO

Temo esista da qualche parte un brano o un gruppo chiamato Mai Una Gioia o, forse peggio ancora, TANTA ROBA, ma non me la sento di verificare

Per non parlare della feccia dell'hip hop tricolore (genere che meriterebbe ben altri paladini e ben altro rispetto) e del loro VORREI MA NON POSTO o della durissima satira politica di COMUNISTI COL ROLEX.

Ma per favore.

Senza scomodare Dylan, Cohen, Guccini, De Andrè, guardate Paolo Villaggio, appena mancato.

Provate a pensare a quanto il suo personaggio Fantozzi, abusato, rovinato dal suo stesso autore nella continua riproposizione di una maschera che alla fine era una triste macchietta, ma provate a pensare a quanto il Ragioniere abbia inciso nel vocabolario di certe situazioni, nella grammatica di certi ruoli, di certi discorsi, dalla declinazione della sfiga alla precisa analisi dei rapporti sociali e lavorativi tra impari.

Oggi invece i testi vanno a toccare corde ben precise, telecomandati da un'analisi preventiva che antepone la visibilità "emotiva" ad una profondità di messaggio, col risultato che appena pronta la prossima "dose", quella precedente venga sostituita e dimenticata.

Qualche giorno fa ho letto la tracklist della compilation "Festivalbar 1997", all'epoca considerata con lo stesso rispetto che un israeliano può nutrire verso il Mein Kampf o un parlamentare di Fratelli d'Italia.

Belin, brutte ed odiate che fossero, quelle canzoni, così volgarmente POP, me le ricordavo se non tutte almeno per il 75%, perchè anche in ambito POP allora c'era quel minimo di qualità e spessore. (e stiamo parlando di fine anni 90, non del 1968)

Quelle canzoni così brutte ed odiate, oggi mi sembrano scritte dal Dio del Rock, tanta è la distanza dal livello attuale.

Credo che si debba riscoprire ed in fretta, l'importanza e la bellezza della parola, della parola fatta musica, prima di finire, noi connazionali di Dante Alighieri, seppelliti vivi da un'orda di rapper stonati, con la zeppola ed il vocabolario esteso come l'elenco telefonico di mendatica.

E comunque, lui lo aveva detto anni fa:

adesso dovrei fare le canzoni
con i dosaggi esatti degli esperti
magari poi vestirmi come un fesso
per fare il deficiente nei concerti

giovedì 27 luglio 2017

Processioni, razzismo e commenti online



Come ogni anno, a S.Giacomo la mia famiglia partecipa alla processione del Santo Patrono di tovo (appunto) San Giacomo, paese originario di mia moglie.

Da un paio di mesi scarsi, a tovo sono ospitati alcuni ragazzi migranti, in una struttura privata, in collaborazione con una coop. sociale.

Detto questo, la sera del 25 luglio, durante la processione, alcuni di questi ragazzi hanno spontaneamente aiutato i tovesi nel trasporto della statua lungo le strade del paese.

L'ho trovato un gesto molto bello e simbolicamente fortissimo e ne ho scritto su facebook.



Mara, amica e giornalista di savonanews, mi ha chiesto se poteva riprendere le mie parole per un articolo sul sito ed ha anche specificato meglio il significato di "minoranza" che non volevo venisse intesa in termini politici e di consiglio comunale.


Ovviamente a me la cosa ha fatto molto piacere, perchè sono egocentrico e vanitoso, specialmente nello scrivere, ma anche perchè  contento nel mio piccolo di aiutare a sottolineare questo momento semplice e spontaneo di aggregazione ed il fatto che fosse avvenuto proprio a tovo, paese che è nel mio cuore, più di quanto io sia nel suo, ma vabè.

Savonanews ha pubblicato la notizia giovedì mattina ed automaticamente l'ha condivisa sulla sua pagina facebook.



Ed ecco puntuali arrivare i commenti




Inizio subito col botto, col classico, con l'evergreen: i 35 euro al giorno!!!!
grande roberto, con cui tra l'altro ho 17 amici in comune su FB, che si gioca subito il fil rouge!!

Non da meno amelio, che memore del compromesso storico, non esita a definire una processione di un Santo "propaganda comunista" (dal libretto del perfetto elettore di forza italia, pag. 12)

RIDICOLO!! RIDICOLI!!! valerio ed antonella non hanno peli sulla lingua ("e se li ho non sono miei!!", come disse monica lewinsky) e senza timore affondano il colpo: toglieteli dai giardini di piazza del popolo (credo si riferisca a savona o ad albenga) (ma non era a tovo la processione?) ci sono le città da pulire!!! (già vi diamo 35 euro al giorno, almeno pulite la merda dei nostri cani no, ingratoni!!!!!)

Luca e Roberto scelgono una linea più sottile, mentre il primo cita chiaramente patch addams (straniero era straniero pure lui eh), il secondo si rifà al concerto dei blues brothers (vedi faccina) a Cannes (nota città radical chic, da non confondersi con l'acqua perrier che è MINERAL CHIC)


Tralasciando quel comunista di erick che riflette sulla cognizione umana, si pasa dalla propaganda rossa agli scandali vaticani

Grande pietro, cognome inequivocabilmente ligure, che butta lì con nonchalanche la soluzione definitiva: la chiesa si ingrassa, perchè chiaramente la processione di un paese di 3000 anime porta nelle casse dello IOR ingente liquidità subito reinvestita in armamenti nucleari

Roberto, a parte qualche problema con le doppie, invece sa bene che è tutto un bus(s)in(n)es e a dimostrazione della sua teoria, usa una foto rivelatrice

Giampaolo fa una battuta simpatica ,mentre giuseppe ne fa una questione di appartenenza, glielo avranno chiesto se erano cattolici? li avranno interrogati sui comandamenti? sapranno quante sono le lettere ai corinzi? ci stanno capendo qualcosa nella nuova serie di twin peaks (no, forse questa non c'entra)


annunciata annuncia la condicio, a che servono le parole di cristo se non a portare delle statue? (oltre a fare propaganda comunista, sia chiaro) e giuseppe si risente, per lui sta storia del cattolicesimo è fondamentale, non so se per tutti o solo per i ragazzi migranti, ed urla forte il suo Perché???



Peppe ci va giù a gamba tesa ARIDAJE COL RIDICOLO!!!! e soprattutto INTEGRAZIONE è cosa BEN DIVERSA (non spiega cosa sia, ma possiamo sempre chiederglielo dopo) e comunque per colpa delle processioni la gente diventa razzista SAPEVATELO!

Annunciata si riscatta alla grande


marcella ci crede parecchio e per 250 metri di processione tira fuori LA MAFIA (che da anni è dietro al business dei portatori di statue) e vuole che dalla piazza di tovo parta LA RIVOLUZIONE!!!!!

Concludiamo alla grande svelando la cruda verità:


super anto!!! niente, ci arrendiamo!!! la statua di san giacomo in realtà era una riproduzione 1:1 di matteo renzi ed ai ragazzi migranti "arroganti delinquenti oltre che parassiti" come ricompensa per l'aiuto prestato è stata regalata una gigantografia di maria elena boschi.

p.s. nel frattempo immagino che ci saranno altri commenti, ma credo siano sufficienti questi.



mercoledì 26 luglio 2017

Rosse e nere



Avevo un pacchetto di caramelle rosse e nere
le avevo prese per darle a tua figlia
le avevo prese per avere un suo sorriso

ti ho aspettato, vi ho aspettato tanto
il pacchetto sempre chiuso
aspettavo te, insieme al suo sorriso

rimetto a posto le mie cose, è tempo di andare
ho aperto quel cassetto e l'ho visto, ancora chiuso
ho capito che non sareste più tornate

le ho mangiate, una ad una
ogni caramella un tuo ricordo
ogni morso il suo sorriso

lunedì 17 luglio 2017

Outside it's America - 30 anni, un disco, la vita.



Sabato sera, intorno alle 23 (si, ho guardato l'ora), ho vissuto uno di quei momenti molto significativi, quelli nei quali ti rendi conto che c'è un messaggio ben preciso, rivolto a te.

Eravamo nella parte conclusiva del concerto, avevamo ascoltato i racconti dell'albero di Joshua e gli u2 stavano pagando il doveroso tributo a chi li ha scoperti ben dopo quel disco, con una serie di pezzi tratti dagli ultimi album.

Elevation non sarà un capolavoro (no, non lo è), ma in uno stadio pieno e bello caldo fa sempre la sua porca figura, col suo ritmo saltellante che fa muovere i culi di chiunque sia presente.
Prima del ritornello salterino, il maxischermo inquadra Larry in primissimo piano e quando lui chiama il ritornello trasmette le immagini dal suo punto di vista, con tutto il prato che salta e le trasmette in bianco e nero.

Ecco.

In una frazione di secondo realizzo che quelle immagini si ricollegano, almeno per me a quelle di un pomeriggio di (quasi) 30 anni fa.

Io e Capitan Buffa eravamo in un cinema di Alassio, una domenica pomeriggio autunnale, a vedere Rattle and Hum.
Inizia Helter Skelter, la canzone che charles manson rubò ai beatles e noi gli rubiamo a sua volta, il palco è buio
THAN YOU SEE ME AGAAAIIIIIIIIIIIIIIIIIIN
più o meno stessa inquadratura, stesso bianco e nero, il madison square garden che si illumina all'improvviso e migliaia di mani che si alzano tutte assieme

SBAAAAAAAAAAAAAAAAAAAM
io e il capitano che senza togliere gli occhi dallo schermo, veniamo spinti a forza contro lo schienale, deglutiamo a fatica ed esclamiamo una analisi critica ed approfondita di quella scena:

MINCHIA

sabato sera, intorno alle 23 si è chiuso quel cerchio lì, quello aperto nell'autunno 1989, quando già le mie orecchie erano ben educate dai bootleg di springsteen e la musica dal vivo era un richiamo forte quanto difficile da esaudire, quando quelle immagini lasciarono sulla mia psiche un segno indelebile, come la passione tuttora viva e più esaudibile di allora, verso la musica live.
Sabato sera all'improvviso ho capito che, avendo rinunciato per manifesta incapacità a diventare come quelli sul palco, per lo meno in diverse occasioni ed in quel momento in particolare, ero tra quelli sotto, a ricevere quella botta di adrenalina e belle vibrazioni che quel pomeriggio mi erano arrivate anche attraverso lo schermo. Una cosa che nel corso della mia vita ho capito essermi INDISPENSABILE.

Benvenuti allo stadio olimpico, roma, giorno del signore 15 luglio 2017, quasi 16 anni esatti dal mio ultimo loro concerto, torino 2001, la notte in cui bono rischiò di svenire sul palco e venne ricoverato, la notte di una out of control letteralmente regalata, la notte della scuola diaz.
Tanta acqua è passata sotto i ponti da quella serata.

Dischi tutto fuorchè memorabili, palchi sempre più grandi, ma soprattutto la voce di bono ridotta in condizioni che oscillavano tra il preoccupante ed il disastroso.

Pochi artisti hanno avuto un impatto sul mio immaginario come il suo, da quel cinema alassino alla volta in cui salì sul palco del forum di assago vestito di pelle nera e circondato da trabant.

Un amore forte ed intenso come il dolore provato ogni volta che ascoltavo qualche pezzo dal vivo in questi ultimi 10\15 anni.

Nel frattempo una vita intera.

La ragazza con cui ero andato a torino quella sera, titubante fino all'ultimo se prendere il biglietto perchè pensava "figurati se a luglio stiamo ancora assieme" che mi aspetta a casa nostra insieme alle nostre due figlie, mia sorella che quella sera non tornò a casa con me perchè l'indomani partiva proprio per l'irlanda per un corso di sopravvivenza e di apprendimento della lingua inglese, amici che in certi momenti ci sono sempre, storie andate male, altre malissimo, la vita, insomma.

The Joshua Tree, quindi.

Quel tributo così sentito all'america ed alle sue contraddizioni, vista, vissuta e sognata con gli occhi di un emigrante, di uno straniero.

Here we are, the irish in america

La vastità dei suoi spazi e le chiusure verso gli ultimi, la rabbia verso gli atteggiamenti in politica estera e la profondità del gospel, la spiritualità e la carne, il sesso e la guerra, i diritti umani, il blues.
Un disco sfacciatamente americano, che porta l'epica e l'enfasi dei testi su un piano più rock, più (appunto) americano, rispetto ai predecessori.
Fino all'america e ritorno, volendo riassumere il periodo che da questo disco porterà al berlinese (e bowiano) Achtung baby passando per, appunto, l'apoteosi di Rattle and Hum.
Lo show mi sembra sia strutturato in maniera palese: chi eravamo prima di Joshua, Joshua, chi siamo ora.
Quindi ecco le prime canzoni a riassumere una fetta di carriera meravigliosa, tra tormenti religiosi e quotidianità irlandese, che significa tutto tranne monotonia.
Prima parte spoglia e povera come si confà ad un gruppo "esordiente", luci fisse, schermi spenti, loro 4 nella passerella, che entrano uno alla volta, ad iniziare da larry che fa partire subito il beat marziale di Sunday Bloody Sunday.
Si resta dalle parti del Red Blood Sky con New Year's Day, foriera di novità e nuovi inizi.
E Bad, una di quelle canzoni che non mi stancherei mai di ascoltare.

Bad, le scelte della vita, quelle sbagliate, quelle che se si potesse si cancellerebbero.
Let it go and so not Fade Away
Canzone intima, personale, introspettiva, che lascia il posto a Martin Luther King ed al suo orgoglio, il suo e quello di un popolo intero.
Eccola, l'America che si avvicina, che dai vicoli di Dublino dove puoi provare a fondare una band o perderti per sempre si fa strada come un sogno, un obbiettivo, un traguardo, ma senza trascurare i suoi difetti, i suoi errori.
Dai drammi di una nazione divisa, ferita da bombe e attentati, alla storia di un uomo che combatte per annullare le divisioni ed avverare il suo sogno.

Si accendono gli schermi, il famoso discorso di MLK lascia che alcune parole restino visibili e poi si entra in The Joshua Tree.

L'albero appare su uno sfondo rosso sangue e poi la strada, il simbolo principale degli USA, la strada, gli spazi, le montagne davanti a te che sembrano non avvicinarsi mai e ai bordi, ai margini quelli che camminano, lentamente, stancamente, quelli che tirano avanti soffrendo per le contraddizioni ed i conflitti dell'america stessa.

L'esecuzione del disco in maniera integrale rafforza questo senso di amore ed odio verso quella terra.

Ci sono capanne, bandiere su muri, tanti indiani, c'è l'esercito della salvezza e c'è di nuovo la droga, come in Bad, quella che ti fa restare fermo anche se pensi di correre, quella che dai vicoli bui di dublino ti fa vedere il cielo, le 7 torri, ma solo una via di uscita.
C'è reagan ed il nicaragua, aleggia trump con i suoi muri.

E poi Exit.

Sempre amata, dai tempi in cui, ancora nel cinema alassino, la vedevo mischiata ai doors, exit è il mio momento preferito dello show.

Momento in cui le diverse anime degli u2 e soprattutto di bono si fondono assieme
La rockband, i predicatori, gli istrioni.

Bono durante questo brano è al massimo dello splendore, evocativo, carismatico, sarcastico.
Un brano che in questa versione, dilatata e rabbiosa, amplifica e sottolinea ancora di più la lotta tra bene e male, esterna ma soprattutto interna, personale, privata.
Mani che costruiscono e distruggono, la nostra vita fatta di alti e bassi, costruzioni e grandi disastri. Un incubo in musica che viene arrangiato e accompagnato visivamente con un trattamento che mi ricorda lo Zoo Tv.

Lo stadio romano è pieno e completamente in estasi, durante With or wihout you si erge a protagonista con la ormai inevitabile scenografia, che spinge bono a chiedere di accendere le luci.

Tronfi, enfatici, plateali e retorici, gli u2 comunque sia riescono a mandare messaggi immediati e diretti.

Mothers of the disappeared, che chiude il disco, ha sullo sfondo donne, nonne, mamme e bambine, che tengono in mano candele che vanno via via spegnendosi, segno di una lotta che deve continuare e che ha bisogno di altre mani per tenere accese le luci delle speranze.

Ad iniziare la terza parte del concerto, immancabile, arriva la componente più "predicativa" del gruppo. Miss Sarajevo viene trasferita ed ambientata in Siria, in quel cumulo di macerie fisiche e psicologiche così trascurato e sottovalutato dal mondo.

Bello, bellissimo il riferimento grato alla guardia costiera italiana. Ecco gli u2 che amo, quelli retorici, plateali, ma che toccano corde che mi emozionano sempre e che sento così vicino a me, ai miei valori, al mio lavoro. Ho già letto qui e la critiche per questa frase, ma vaffanculo, io mi godo il brivido provato quando l'ha detta e l'applauso che l'ha accompagnata.

Colori, luci e qualche lustrino di troppo per la parte finale, detto di elevation, anche beautiful day e vertigo pagano pesantemente dazio rispetto al cuore del concerto, ma sono comunque una bella boccata di aria fresca e divertente.
Meravigliosamente evocativa Ultraviolet con una carrellata di donne che hanno fatto la storia e che rappresentano quella parte dell'universo sempre pronta ad "illuminare il mio cammino" e che in quei momenti mi immagino comprendere anche e soprattutto le mie tre ragazze che dormono.

Non può mancare One dove "papa bono" è ecumenico, ma del resto se c'è un posto dove è vero che "l'amore è la legge più alta" non credo sia tanto lontano da questo stadio.

A chiusura della serata un brano inedito, nemmeno malvagio, con un arrangiamento quasi orientale e soprattutto una semplicità apprezzabile; un modo a mio avviso bellissimo di concludere quello che è un tributo non solo ad un loro capolavoro, ma ad una intera carriera, ad una intera vita, carriere e vite che in maniera nemmeno troppo stucchevole bono afferma che non avrebbero mai pensato diventassero così.

Noi siamo in forma, voi siete in forma, cosa è cambiato? Chiede bono all'inizio dell'esecuzione dell'album.

Tutto, si risponde col suo ghigno.


Tutto forse no, parecchio, sicuramente.

Loro sono cambiati, ma stasera, e per me è la notizia migliore, si sono dimostrati assolutamente credibili nel riproporre un album del genere. Credibile, oltre ogni più rosea aspettativa, è la voce di Bono, tornata a livelli per me insperati.

Molti di noi che eravamo allo stadio siamo cambiati.

30 anni fa sapevo assai, io, degli u2. Conoscevo with or without you, come chiunque fosse dotato di almeno un padiglione auricolare, ma la musica iniziava solo lentamente a diventare la magnifica ossessione che è ora.

Come ho detto prima, gli u2 sono arrivati nella mia vita più o meno quel pomeriggio al cinema, quindi questo show è un modo per quantomeno fingere di aver recuperato la parte precedente, a partire da quel concerto di modena 1987 che proprio capitan buffa mi registrò su cassetta ("io voglio parlare italiano!").

30 anni fa era già un'impresona da albenga andare a pietra ligure a vedere zucchero, altro che modena.

Nel momento in cui sto realizzando, proprio soprattutto grazie a sta serata, che i concerti negli stadi ormai mi pesano e mi condizionano più del dovuto, è comunque bella la sensazione che ho provato sabato sera; per chi non vive la musica come un semplice hobby o peggio un sottofondo, il legame tra essa e la nostra vita è tale da abbinare sempre a certi ricordi una canzone o un gruppo. Gli u2 accompagnano le mie esperienze ormai da tanto tempo e da sempre hanno simboleggiato l'aspetto più spirituale di quello che mi accadeva. Ritrovarli è stato proprio come un ultimo brindisi a tutta la strada che ho percorso da quel pomeriggio umido e piovoso, quando dentro quel cinema mi resi conto che no, certe sensazioni non erano "sensazioni qualunque", ma che la musica era e stava diventando una colonna portante della mia vita.

Soprattutto per questo, l'unica nota un po' stonata di sabato è stata il non aver visto il concerto insieme a capitan buffa, che per motivi logistici è andato alla serata successiva ma che immagino abbia anche lui ripensato a rattle and hum "and everything after" come direbbero i Counting Crows.

Eravamo insieme la notte milanese delle trabant e l'anno dopo al bentegodi, vedere assieme anche questo show avrebbe avuto un significato simbolico fortissimo, però mi accontento di averlo visto sul treno sabato mattina, entrambi più grigi rispetto al pomeriggio alassino, ma con una parte di quel "fuoco indimenticabile" che ancora brucia in entrambi.


Mentre un uomo soffia forte dentro un saxofono,
attraverso i muri sentiamo gemere la città.

Fuori c'è l'America







giovedì 13 luglio 2017

Gente che dice di amarti e poi ti porta ai festival jazz.


(Testo e Foto di Ilaria Luciani, da oggi da me rinominata Madonna del Roseto dalle Lunghe Spine in un Assolato Pomeriggio di Primavera)

Un trio piano, basso e batteria che si scatena per ore in virtuosismi, per una misofonica come me è paragonabile a un concerto di mestolo su pentola, alla ceretta all'inguine, alle tisane allo zenzero.

Moroso mi estorce un sì facendomi sentire tredici secondi di melodiosa armonia al piano.
Mi sono fatta fregare.

Pare che per una sorta di congiunzione astrale favorevole, questi jazzisti newyorkesi -quotatissimi nella scena jazzistica mondiale- ieri sera suonassero proprio a dieci minuti da qui, macchecculo ho, andiamo? 

Ho sperato in una reperibilità o in un cagotto dell'ultimo minuto ma niente da fare.

La serata parte già con mezzora di ritardo, cosa che non sembra importare a nessuno, intanto la musica di sottofondo che incede, sempre più martellante ripetitiva e monocorde, è jazz.

Alle dieci meno venti apre il concerto un duo piano/voce, con una performance in dialetto slovacco.
E NON SCHERZO.

È accaduto davvero.
 
Mi è venuto da ridere, mi sono guardata intorno ma non rideva nessuno, nemmeno quel fetente del moroso, allora ho pensato di essere l'unica che avrebbe tanto voluto essere a casa a spendere il proprio tempo in maniera più proficua, tipo a limarsi le unghie dei piedi o a molestare i follicoli, ma ormai ero là, in questa cornice obiettivamente meravigliosa, l'aria calda di una sera di luglio, le stelle sopra di noi, seduta su una sedia da fachiro con davanti i due più alti del mondo e un tale con una serie di tic che mi salverà la serata, ma questo lo scoprirò soltanto dopo.
 
A un certo punto moroso mi dice falsamente che se non mi fosse piaciuto ce ne saremmo andati subito eh, alla prima pausa.
Naturalmente mentiva.

Dopo tre quarti d'ora di brani di cantante slovacca con salivazione azzerata, arrivano i tre.
 
Attaccano subito un repertorio che viene immediatamente apprezzato dai più, moroso compreso, che ogni tanto commenta: "mostruosi.", "favolosi" mentre io riesco solo a pensare che sì, sono DAVVERO bravi, ma anche a Maurizio Battista quando l'amico lo invita al concerto 'de Mozza'.
 
Potrei sempre inscenare un malore.
 
Invece resto e mi concentro sui tic dell'omo davanti: braccia conserte, mano destra che sale e accarezza orecchio sinistro, spinge gli occhiali sul naso, la spalla destra che si alza compulsivamente, tende il collo, sembra tenere il tempo, invece accelera, smette per un secondo, ricomincia. Mano destra che tocca orecchio sinistro, testa spalla, testa spalla, tocca orecchio, spingi occhiali, testa spalla, testa spalla, baby one two three.
 
Perché lo faccio?
Lo faccio per preservare la mia sanità mentale, lo faccio come via di fuga. Rifuggo la ripetitività e i saliscendi dei virtuosismi con la sequenza paranoica dei tic. Sono una claustrofobica in un tunnel, cerco di non pensarci ma non posso farne a meno.
 
Io vi ammiro, cultori del jazz, vi ammiro davvero per come riuscite a godere di certe composizioni artistiche. Io soffro e basta.

Dopo circa otto anni luce l'esibizione finisce, salutano e se ne vanno.
 
Il mio intento è quello di sgommare via immediatamente prima che qualche scriteriato chieda il bis ma il fetente mendace applaude e anche lui VUOLE il bis, lo vuole proprio, e lo ottiene.

I got the power, now.
 
Una piacevole sensazione di rivalsa mista al sapore dolce della vendetta.
 
Ho un enorme jolly da giocarmi, spendibile in un'unica grossa soluzione come la cena di Capodanno coi parenti oppure in quattro piccole comode rate.
 
Tipo che se entriamo da Tiger e lui dopo sei minuti si metterà a lamentare un: "noncelafacciopiù" io gli ricorderò di quel dodici luglio e gli farò presente che, se ce l'ho fatta io, può farcela anche lui.

P.S.: Aaron Goldberg, Dario Deidda e Gregory Hutchinson sono DAVVERO musicalmente mostruosamente bravi, anche per chi non capisce una fava di jazz come la sottoscritta, ma io ho già dato.



mercoledì 12 luglio 2017

Per l'Amore. Per Mat ed Eli.



Raga, io ve lo devo dire, è da ieri che non faccio altro che pensare a due persone che si amavano e che ora sembra si stiano per lasciare.

Noi ridiamo e scherziamo, l'estate, il mare, le serate in spiaggia, però ci sono persone che soffrono le pene dell'amore ed io non sono sereno, pensando a loro.

Quindi mi è venuta in mente una vecchia canzone che parla di amori finiti ed ho cercato di renderla attuale.

La canzone si chiama "La negritudine" e la dedico a Mat ed Ely

Elisa se n'è andata e non ritorna più
e la diretta facebook senza lei
Ha un modem di metallo senza l'anima
Nel caldo padano di questa città

A casa il letto è vuoto, sarà con un terun
E vuoti come sempre sono i pensieri miei
Scafisti ingrati sembrano dividerci
Ma il druido celtico è forte dentro me

Chissà se tu mi voterai
Se con quei neghèr parli mai
Se ti vergogni un po' di me
Sfuggi i locali col wi fi

Vado alla Camera e non vuoi emigrare
Stringi forte a te la polenta
Piangi non lo sai
Quanto altro male ti farà la negritudine

Elisa nel mio planning ho una fantasia
Un figlio come il trota un poco timido
La stringo forte al cuore e sento che ci sei
Fra i no allo ius soli e la pulizia etnica

L'umberto e i suoi consigli che filosofia
Lui con il suo PRIMA IL NORD ci mostrò la via
Di certo il suo parere non l'ha chiesto mai
Gli ha detto: "un giorno tu ti laureerai"

Chissà se tu mi voterai
Se coi clandestini parlerai
Per non soffrire più per me
Ma non è facile lo sai

A bruxelles non ci vado più
E i pomeriggi senza te
Twitter è inutile tutte le idee
Si affollano su te

Si che è possibile dividere
L'Italia almeno in due
Ti prego votami amore mio
Ma illuderti non so

La negritudine fra noi
Questo 6% dentro me
è l'inquietudine di vivere
La vita coi neghèr

Ti prego aspettami perché
Non so twittare senza te
Si che è possibile dividere
L'Italia almeno in due

La negritudine fra noi
il tuo bisogno di un bidet
è l'inquietudine di vivere
La vita coi neghèr

Ti prego votami perché
Non l'ho più duro senza te
Si che è possibile dividere
L'Italia almeno in due
La negritudine

martedì 11 luglio 2017

Ambizioni e Maturità. Chi protegge i sogni di Samuele Puppo?



Già da qualche tempo non scrivo di Samuele e delle sue avventure musicali.

L'occasione per tornare a farlo me la offrono due eventi abbastanza contemporanei: un nuovo video e l'esame di maturità (suoi eh).

Ho avuto il piacere di vederlo dal vivo a Savona il maggio scorso, da solo in un bel locale accogliente, il Circolo arci Altrove, dove ci ha raccontato di lui in musica, con la sua bravura ed il suo magnetismo, catturando come al solito il pubblico.

La canzone e l'esame di maturità raccontano una storia importante, forse nuova.

Raccontano di un ragazzo che finisce un percorso e soprattutto dimostra di avere chiaro quale potrebbe essere quello successivo.

Where will I be
It's not easy to know

Coloro che proteggono i sogni, i protagonisti del suo ultimo pezzo, sembrano essere le persone, gli artisti, i riferimenti a cui rifarsi, ora che il cammino chiede un impegno maggiore, più responsabile, più "adulto".

La canzone si sviluppa su due canali ben precisi: da un lato l'aspetto del sogno, le stelle, le luci della ribalta, l'America, sempre presente nei suoni ma anche nelle parole di Sam, dall'altro invece la consapevolezza dell'impegno, della necessità di lavorare e lavorare duro, della volontà che serve per inseguire un sogno, per proteggerlo, anche da noi stessi.

Stages, big screens, 
LA shining bright
Deep inside I feel
That's right

It's a hard road
But there will come a light

Non so se i due eventi di cui sopra siano in realtà correlati così strettamente, ma mi piace l'idea di Samuele che uscito dalla porta del liceo guardi avanti ed immagini un futuro dove la musica sia protagonista e compagna.

Mi piace l'idea di un artista che ha l'intelligenza ed appunto la maturità di capire quando un capitolo si è chiuso e sia necessario aprirne un altro.

Mi piace leggere nella canzone quel riferimento ai vinili polverosi ed alle autobiografie, segni evidenti del riconoscere delle radici, dei modelli, dei "manuali di istruzioni" che Sam assimila sin da bambino e che da sempre sono fonte di ispirazione.

Piano gently plays
A lovely melody
Dusty vinyls
And Autobiographies

Quindi se nel testo compare un senso di timore e di paura di non riuscire, subito poche righe sotto c'è quella fiducia in se stesso e quella fedeltà a certi impegni che da subito me lo hanno reso così caro e per "colpa" dei quali sono così maledettamente poco obbiettivo nei suoi confronti.

But some nights
I'm surrounded by the blue
Freezing floor,
Candles burn
I close my eyes
Should I give up
Or should I still try?

I don't know if there's a key
But i believe in time

If everything is falling down
Then take a breath and don't turn around
Change the words, switch your cards
And start again

Credo che la strada per realizzare i propri sogni sia per forza di cose segnata ed abitata da "coloro che li proteggono" e credo anche che noi stessi dovremmo esserne i primi protettori, senza permettere a nessuno di portarceli via.

Ce lo ricorda, in questa bella ballata, un ragazzino dai sogni grandi come il suo talento