lunedì 17 luglio 2017

Outside it's America - 30 anni, un disco, la vita.



Sabato sera, intorno alle 23 (si, ho guardato l'ora), ho vissuto uno di quei momenti molto significativi, quelli nei quali ti rendi conto che c'è un messaggio ben preciso, rivolto a te.

Eravamo nella parte conclusiva del concerto, avevamo ascoltato i racconti dell'albero di Joshua e gli u2 stavano pagando il doveroso tributo a chi li ha scoperti ben dopo quel disco, con una serie di pezzi tratti dagli ultimi album.

Elevation non sarà un capolavoro (no, non lo è), ma in uno stadio pieno e bello caldo fa sempre la sua porca figura, col suo ritmo saltellante che fa muovere i culi di chiunque sia presente.
Prima del ritornello salterino, il maxischermo inquadra Larry in primissimo piano e quando lui chiama il ritornello trasmette le immagini dal suo punto di vista, con tutto il prato che salta e le trasmette in bianco e nero.

Ecco.

In una frazione di secondo realizzo che quelle immagini si ricollegano, almeno per me a quelle di un pomeriggio di (quasi) 30 anni fa.

Io e Capitan Buffa eravamo in un cinema di Alassio, una domenica pomeriggio autunnale, a vedere Rattle and Hum.
Inizia Helter Skelter, la canzone che charles manson rubò ai beatles e noi gli rubiamo a sua volta, il palco è buio
THAN YOU SEE ME AGAAAIIIIIIIIIIIIIIIIIIN
più o meno stessa inquadratura, stesso bianco e nero, il madison square garden che si illumina all'improvviso e migliaia di mani che si alzano tutte assieme

SBAAAAAAAAAAAAAAAAAAAM
io e il capitano che senza togliere gli occhi dallo schermo, veniamo spinti a forza contro lo schienale, deglutiamo a fatica ed esclamiamo una analisi critica ed approfondita di quella scena:

MINCHIA

sabato sera, intorno alle 23 si è chiuso quel cerchio lì, quello aperto nell'autunno 1989, quando già le mie orecchie erano ben educate dai bootleg di springsteen e la musica dal vivo era un richiamo forte quanto difficile da esaudire, quando quelle immagini lasciarono sulla mia psiche un segno indelebile, come la passione tuttora viva e più esaudibile di allora, verso la musica live.
Sabato sera all'improvviso ho capito che, avendo rinunciato per manifesta incapacità a diventare come quelli sul palco, per lo meno in diverse occasioni ed in quel momento in particolare, ero tra quelli sotto, a ricevere quella botta di adrenalina e belle vibrazioni che quel pomeriggio mi erano arrivate anche attraverso lo schermo. Una cosa che nel corso della mia vita ho capito essermi INDISPENSABILE.

Benvenuti allo stadio olimpico, roma, giorno del signore 15 luglio 2017, quasi 16 anni esatti dal mio ultimo loro concerto, torino 2001, la notte in cui bono rischiò di svenire sul palco e venne ricoverato, la notte di una out of control letteralmente regalata, la notte della scuola diaz.
Tanta acqua è passata sotto i ponti da quella serata.

Dischi tutto fuorchè memorabili, palchi sempre più grandi, ma soprattutto la voce di bono ridotta in condizioni che oscillavano tra il preoccupante ed il disastroso.

Pochi artisti hanno avuto un impatto sul mio immaginario come il suo, da quel cinema alassino alla volta in cui salì sul palco del forum di assago vestito di pelle nera e circondato da trabant.

Un amore forte ed intenso come il dolore provato ogni volta che ascoltavo qualche pezzo dal vivo in questi ultimi 10\15 anni.

Nel frattempo una vita intera.

La ragazza con cui ero andato a torino quella sera, titubante fino all'ultimo se prendere il biglietto perchè pensava "figurati se a luglio stiamo ancora assieme" che mi aspetta a casa nostra insieme alle nostre due figlie, mia sorella che quella sera non tornò a casa con me perchè l'indomani partiva proprio per l'irlanda per un corso di sopravvivenza e di apprendimento della lingua inglese, amici che in certi momenti ci sono sempre, storie andate male, altre malissimo, la vita, insomma.

The Joshua Tree, quindi.

Quel tributo così sentito all'america ed alle sue contraddizioni, vista, vissuta e sognata con gli occhi di un emigrante, di uno straniero.

Here we are, the irish in america

La vastità dei suoi spazi e le chiusure verso gli ultimi, la rabbia verso gli atteggiamenti in politica estera e la profondità del gospel, la spiritualità e la carne, il sesso e la guerra, i diritti umani, il blues.
Un disco sfacciatamente americano, che porta l'epica e l'enfasi dei testi su un piano più rock, più (appunto) americano, rispetto ai predecessori.
Fino all'america e ritorno, volendo riassumere il periodo che da questo disco porterà al berlinese (e bowiano) Achtung baby passando per, appunto, l'apoteosi di Rattle and Hum.
Lo show mi sembra sia strutturato in maniera palese: chi eravamo prima di Joshua, Joshua, chi siamo ora.
Quindi ecco le prime canzoni a riassumere una fetta di carriera meravigliosa, tra tormenti religiosi e quotidianità irlandese, che significa tutto tranne monotonia.
Prima parte spoglia e povera come si confà ad un gruppo "esordiente", luci fisse, schermi spenti, loro 4 nella passerella, che entrano uno alla volta, ad iniziare da larry che fa partire subito il beat marziale di Sunday Bloody Sunday.
Si resta dalle parti del Red Blood Sky con New Year's Day, foriera di novità e nuovi inizi.
E Bad, una di quelle canzoni che non mi stancherei mai di ascoltare.

Bad, le scelte della vita, quelle sbagliate, quelle che se si potesse si cancellerebbero.
Let it go and so not Fade Away
Canzone intima, personale, introspettiva, che lascia il posto a Martin Luther King ed al suo orgoglio, il suo e quello di un popolo intero.
Eccola, l'America che si avvicina, che dai vicoli di Dublino dove puoi provare a fondare una band o perderti per sempre si fa strada come un sogno, un obbiettivo, un traguardo, ma senza trascurare i suoi difetti, i suoi errori.
Dai drammi di una nazione divisa, ferita da bombe e attentati, alla storia di un uomo che combatte per annullare le divisioni ed avverare il suo sogno.

Si accendono gli schermi, il famoso discorso di MLK lascia che alcune parole restino visibili e poi si entra in The Joshua Tree.

L'albero appare su uno sfondo rosso sangue e poi la strada, il simbolo principale degli USA, la strada, gli spazi, le montagne davanti a te che sembrano non avvicinarsi mai e ai bordi, ai margini quelli che camminano, lentamente, stancamente, quelli che tirano avanti soffrendo per le contraddizioni ed i conflitti dell'america stessa.

L'esecuzione del disco in maniera integrale rafforza questo senso di amore ed odio verso quella terra.

Ci sono capanne, bandiere su muri, tanti indiani, c'è l'esercito della salvezza e c'è di nuovo la droga, come in Bad, quella che ti fa restare fermo anche se pensi di correre, quella che dai vicoli bui di dublino ti fa vedere il cielo, le 7 torri, ma solo una via di uscita.
C'è reagan ed il nicaragua, aleggia trump con i suoi muri.

E poi Exit.

Sempre amata, dai tempi in cui, ancora nel cinema alassino, la vedevo mischiata ai doors, exit è il mio momento preferito dello show.

Momento in cui le diverse anime degli u2 e soprattutto di bono si fondono assieme
La rockband, i predicatori, gli istrioni.

Bono durante questo brano è al massimo dello splendore, evocativo, carismatico, sarcastico.
Un brano che in questa versione, dilatata e rabbiosa, amplifica e sottolinea ancora di più la lotta tra bene e male, esterna ma soprattutto interna, personale, privata.
Mani che costruiscono e distruggono, la nostra vita fatta di alti e bassi, costruzioni e grandi disastri. Un incubo in musica che viene arrangiato e accompagnato visivamente con un trattamento che mi ricorda lo Zoo Tv.

Lo stadio romano è pieno e completamente in estasi, durante With or wihout you si erge a protagonista con la ormai inevitabile scenografia, che spinge bono a chiedere di accendere le luci.

Tronfi, enfatici, plateali e retorici, gli u2 comunque sia riescono a mandare messaggi immediati e diretti.

Mothers of the disappeared, che chiude il disco, ha sullo sfondo donne, nonne, mamme e bambine, che tengono in mano candele che vanno via via spegnendosi, segno di una lotta che deve continuare e che ha bisogno di altre mani per tenere accese le luci delle speranze.

Ad iniziare la terza parte del concerto, immancabile, arriva la componente più "predicativa" del gruppo. Miss Sarajevo viene trasferita ed ambientata in Siria, in quel cumulo di macerie fisiche e psicologiche così trascurato e sottovalutato dal mondo.

Bello, bellissimo il riferimento grato alla guardia costiera italiana. Ecco gli u2 che amo, quelli retorici, plateali, ma che toccano corde che mi emozionano sempre e che sento così vicino a me, ai miei valori, al mio lavoro. Ho già letto qui e la critiche per questa frase, ma vaffanculo, io mi godo il brivido provato quando l'ha detta e l'applauso che l'ha accompagnata.

Colori, luci e qualche lustrino di troppo per la parte finale, detto di elevation, anche beautiful day e vertigo pagano pesantemente dazio rispetto al cuore del concerto, ma sono comunque una bella boccata di aria fresca e divertente.
Meravigliosamente evocativa Ultraviolet con una carrellata di donne che hanno fatto la storia e che rappresentano quella parte dell'universo sempre pronta ad "illuminare il mio cammino" e che in quei momenti mi immagino comprendere anche e soprattutto le mie tre ragazze che dormono.

Non può mancare One dove "papa bono" è ecumenico, ma del resto se c'è un posto dove è vero che "l'amore è la legge più alta" non credo sia tanto lontano da questo stadio.

A chiusura della serata un brano inedito, nemmeno malvagio, con un arrangiamento quasi orientale e soprattutto una semplicità apprezzabile; un modo a mio avviso bellissimo di concludere quello che è un tributo non solo ad un loro capolavoro, ma ad una intera carriera, ad una intera vita, carriere e vite che in maniera nemmeno troppo stucchevole bono afferma che non avrebbero mai pensato diventassero così.

Noi siamo in forma, voi siete in forma, cosa è cambiato? Chiede bono all'inizio dell'esecuzione dell'album.

Tutto, si risponde col suo ghigno.


Tutto forse no, parecchio, sicuramente.

Loro sono cambiati, ma stasera, e per me è la notizia migliore, si sono dimostrati assolutamente credibili nel riproporre un album del genere. Credibile, oltre ogni più rosea aspettativa, è la voce di Bono, tornata a livelli per me insperati.

Molti di noi che eravamo allo stadio siamo cambiati.

30 anni fa sapevo assai, io, degli u2. Conoscevo with or without you, come chiunque fosse dotato di almeno un padiglione auricolare, ma la musica iniziava solo lentamente a diventare la magnifica ossessione che è ora.

Come ho detto prima, gli u2 sono arrivati nella mia vita più o meno quel pomeriggio al cinema, quindi questo show è un modo per quantomeno fingere di aver recuperato la parte precedente, a partire da quel concerto di modena 1987 che proprio capitan buffa mi registrò su cassetta ("io voglio parlare italiano!").

30 anni fa era già un'impresona da albenga andare a pietra ligure a vedere zucchero, altro che modena.

Nel momento in cui sto realizzando, proprio soprattutto grazie a sta serata, che i concerti negli stadi ormai mi pesano e mi condizionano più del dovuto, è comunque bella la sensazione che ho provato sabato sera; per chi non vive la musica come un semplice hobby o peggio un sottofondo, il legame tra essa e la nostra vita è tale da abbinare sempre a certi ricordi una canzone o un gruppo. Gli u2 accompagnano le mie esperienze ormai da tanto tempo e da sempre hanno simboleggiato l'aspetto più spirituale di quello che mi accadeva. Ritrovarli è stato proprio come un ultimo brindisi a tutta la strada che ho percorso da quel pomeriggio umido e piovoso, quando dentro quel cinema mi resi conto che no, certe sensazioni non erano "sensazioni qualunque", ma che la musica era e stava diventando una colonna portante della mia vita.

Soprattutto per questo, l'unica nota un po' stonata di sabato è stata il non aver visto il concerto insieme a capitan buffa, che per motivi logistici è andato alla serata successiva ma che immagino abbia anche lui ripensato a rattle and hum "and everything after" come direbbero i Counting Crows.

Eravamo insieme la notte milanese delle trabant e l'anno dopo al bentegodi, vedere assieme anche questo show avrebbe avuto un significato simbolico fortissimo, però mi accontento di averlo visto sul treno sabato mattina, entrambi più grigi rispetto al pomeriggio alassino, ma con una parte di quel "fuoco indimenticabile" che ancora brucia in entrambi.


Mentre un uomo soffia forte dentro un saxofono,
attraverso i muri sentiamo gemere la città.

Fuori c'è l'America







1 commento:

Faustiko ha detto...

L'ho scritto ovunque: i bis dopo l'esecuzione di TJT sono stati una fetenzia, hanno rovinato la magia che si era creata.